La complessità del senso
15 10 2019

Joker

Joker
Regia Todd Phillips, 2019
Sceneggiatura Todd Phillips, Scott Silver
Fotografia Lawrence Sher
Attori Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Brett Cullen, Glenn Fleshler, Bill Camp, Shea Whigham, Marc Maron, Douglas Hodge, Josh Pais, Leigh Burton Gill, Brian Tyree Henry, Gary Gulman, Sam Morril
Premi Venezia 2019: Leone d’Oro.

Immondizia e confusione mortale, calci e pugni, massacri e rivolte in una quotidianità aggrovigliata in forma di metropoli, standardizzata come Gotham City nell’immaginario digestivo e orripilante, carente di dialettica. Dev’essere stato più o meno così il mondo lasciato in eredità a Wall-E (Waste Allocation Load Lifter Earth-Class), figurina aggraziata di marca Disney 2008. Ma il robottino non lo avrebbe mai potuto sapere e forse perciò il suo destino non sarebbe poi stato del tutto disperato. Qui però Disney non c’entra più, Dumbo e Re Leone autorizzano rappacificazioni. È invece il volto/manifesto di Chaplin, visibile in un lampo didascalico non inutile, a garantire della gravità drammatica e “irrisolvibile” del contesto non-sorridente, ghignante, nervoso, di Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), nuovo Joker. Il Joker della città malefica bisognosa delle prestazioni di Batman (siamo in ambito DC Comics), come sfuggito al controllo diegetico di Christopher Nolan, approfitta del tempo trascorso (10 anni fa The Dark Knight) e si trasfigura da Ledger in Phoenix, per un provocatorio exploit espressivo, degno di rispettabile intenzionalità moralistica, esibita dalla regia (Todd Phillips, proveniente da Una notte da leoni, 2009, 2011, 2013) attraverso il decisivo apporto dell’attore. Si potrebbe pensare anche alla maschera indimenticabile del più feroce Jack Nicholson, ma solo a patto di essere disponibili a quella lettura drastica, terrorifica, profonda, del disturbo esemplare, restando invece la prestazione di Phoenix non più che funzionale alla totalizzante gestione espressiva del film. Espressivo ci sembra il termine giusto entro cui risolvere il senso di questo Joker. La progressione attoriale gonfia via via il personaggio di qualità attrattive che non lasciano aria per la contestualizzazione critica,  se non al di qua di una plausibilità poco più che scenografica. Il mondo è sordidamente avviluppato in una ridondanza di violenze di cui si nutre, senza nemmeno, si direbbe, sapere il perché. I disturbi di cui Arthur soffre, soprattutto quella sua irrefrenabile risata che irrompe “sganciata” nelle diverse situazioni, hanno effetto drammatico e al contempo “protettivo” (sintomatologico) rispetto ai rischi di approfondimento critico dei mali collettivi. De Niro si accolla, è vero, il peso della figura del conduttore televisivo, Murray Franklin, pronto ad assorbire, letteralmente a qualsiasi costo, la qualità eccentrica del clown nella “normalità” del talk-show; e il potere di coinvolgimento televisivo nella mitologia generale della vita e perfino nel legame molto interno, primario nella “falsità”, della madre e del figlio, appare condizione forte di un disagio difficile da limitare alla pertinenza narrativa della sceneggiatura. Arthur è il clown di strada che aspira a ruoli meno occasionali, prende appunti squinternati per un repertorio futuro e viene svillaneggiato e aggredito ad ogni occasione. Già con la prima sequenza del film siamo in media res. Poi, man mano, si capisce che non potrà finire bene. Ma è vero clown? Vittima dell’aggressività del mito negativo dell’arma privata, il protagonista cade nell’incidente che lo condanna.  Tesissima, efficace, la scena dello spettacolino in ospedale pediatrico, con la pistola che esce dalla tasca. Sarà una “fuga” in crescendo, fino a trovarsi nel vissuto violento della comunità in rivolta. Si precipita verso il paradosso drammatico (ma può essere davvero dramma il paradosso?) in un finale lungo, in cui le sorti di Arthur e della folla imbestialita si fondono in un simbolismo non trasparente. Si avvera il sogno del clown, di essere ospite principale di Murray. Prima di andare in onda, una richiesta: “Chiamami Joker”. Ed ecco: “That’s life – canta Sinatra – That’s what people say… Each time I find myself flat on my face, I pick myself up and get back in the race”. Potere dello Swing, al di là del Bene e del Male. 

Franco Pecori 

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3 ottobre 2019