La complessità del senso
19 10 2017

Corniche Kennedy

Corniche Kennedy
Regia Dominique Cabrera, 2016
Sceneggiatura Dominique Cabrera
Fotografia Isabelle Razavet
Attori Lola Créton, Kamel Kadri, Aïssa Mäiga, Alain Demaria, Moussa Maaskri, Cyril Brunet, Hamza Baggour, Mama Bouras, Franck Cavanna, Julie Lavocat, Linda Lassoued, Agnès Regolo.

I luoghi parlano, si sa, a volte in modo eloquente, se ciò che accade può acquistare valore di esemplarità intrinseca. Lungo la panoramica dedicata a Kennedy, a strapiombo sul mare di Marsiglia, si ritrovano ragazzi di periferia, i “minots”, per tuffarsi nell’azzurro e sentirsi vivi. Il loro sport estremo, pericoloso e proibito, sottolinea la voglia di esservi in un contesto che li rifiuta, li vuole in disparte. La Francia meticcia “occupa” la città dei quartieri alti ed è lì che Suzanne (Lola Créton) incontra la “banda” di Medhi (Alain Demaria), Marco (Kamel Kadri) e gli altri (tuti ragazzi della strada, non-attori), li osserva gettarsi nel vuoto, felici e spavaldi, liberi. E’ un sabato, lunedì Suzanne avrà gli esami, Edipo Re, Madame Bovary… non ha voglia di ripassare. Sullo strapiombo s’affaccia un mondo a parte, immagini e sonoro cercano un’unione, forse, che fu “impossibile” tanti anni prima, nella Parigi di Arthur e Franz (Claude Brasseur e Sami Frey) e dell’improvvida Odile (Anna Karina), rivelatrice di possibile ricchezza. Godard “à part” (1964), Dominique Cabrera, algerina di famiglia “pied-noir” rimpatriata nel 1962, interpreta con pertinente sentimento il romanzo di Maylis de Kerangal. La regista è affascinata sopratutto dalla portanza metaforica di quei momenti vissuti con eroica disinvoltura: per il film, alternativa esistenziale non lontana da ispirazione sartriana e, insieme, attrazione irresistibile del puro momento, del presente unico filmabile (esplicito rimando al cinema di Rohmer). Le immagini fin dall’inizio chiariscono di essere esse stesse nel ruolo protagonista, mare e cielo fanno esauriente universo che accoglie l’ansia di verifica dei giovani, al di là di ogni astrattezza filosofica. Essi sfidano l’ “altro” – la polizia che vuole impedire loro di tuffarsi e anche la ragazza che si accosta al gruppo con la pretesa di farne parte – a identificare un non-limite comune entro cui immaginare una vita. Di sequenza in sequenza le figure di Medhi, Marco e Suzanne si articolano in una fusione attuale, non progettuale, di cui il cinema prende atto, in bilico tra discrezione e intrusione, così come lo stesso mezzo sembra volere, senza darlo a vedere. La regista vince la sfida di un’osservazione partecipe, non-obbiettiva, entrando nella compagnia e nell’intimità sempre più dettagliata, ravvicinata del terzetto sentimentale che va sciogliendo le sue contraddizioni, scartando violenze e moralismi, seguendo piuttosto misurati istinti e nuove consapevolezze. Fa da trait-d’union “istituzionale” l’umanità della poliziotta Awa (Aïssa Mäiga), la quale osserva e “tollera” con sofferenza le trasgressioni dei ragazzi, specie quando viaggiano sul filo della possibile cattura da parte della mala. Il versante “poliziesco” del film conta assai poco e Cabrera ne mostra coscienza, prevale in maniera netta la valenza rappresentativa dell’immagine-racconto, segno sapiente di una provocazione degna dell’essenza stessa del cinema, non-docufilm per forza di cose.

Franco Pecori

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15 giugno 2017