La complessità del senso
29 06 2017

Foxcatcher – Una storia americana

film_foxcatcherFoxcatcher
Regia Bennett Miller, 2014
Sceneggiatura E. Max Frye, Dan Futterman
Attori Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Brett Rice, Dave “Doc” Bennett, Corey Jantzen, Daniel Hilt, Samara Lee, Jesse Jantzen, Jane Mowder, Francos J. Murphy, Ben Fallon, John DeLaouis, Anthony Novosel, Zach Kriger.
Premi Cannes 2014: regia.

Un film, come un’opera di qualsiasi tipo, bella o brutta, realizzata con intenzionalità primariamente estetiche o secondo altro tipo di creatività, è sempre “tratta da una storia vera”, in forma più o meno mediata. Non viene dal nulla, è nella storia. Si tratta di rintracciare il filo della mediazione, a volte esibita ed esemplarmente ripercorribile e altre volte implicita o addirittura nascosta, magari con l’intenzione di rendere “universale” se non proprio divino il messaggio e il suo senso. Nella storia americana, il marchio Foxcatcher può indicare l’affermazione della famiglia du Pont, vista in un suo carattere simbolico. Risalendo per la “storia vera”, si arriva alla Francia del Settecento. Eleuthère Irénée du Pont, figlio di Pierre, confidente di Luigi XVI, fu apprendista di Antoine-Laurent de Lavoisier, padre della chimica moderna. La polvere da sparo francese era considerata la migliore del mondo. Nel 1799, i du Pont si trasferirono in America, lontano dalla Rivoluzione. La Guerra di Secessione e l’espansione della rete ferroviaria nel West consolidarono l’immensa ricchezza della famiglia. La DuPont (questo il marchio sintetizzato dal nome) sarà il più grande fornitore di esplosivi militari degli Stati Uniti durante la Prima Guerra Mondiale. Verrà poi l’ideazione di materiali sintetici come il Nylon e Lycra. Oggi la multinazionale DuPont vale 50 miliardi di dollari ed è attiva in più di 70 paesi nel mondo. John Eleuthère du Pont è il trisnipote di Eleuthère Irénée. Nel film di Bennett Miller (Truman Capote – A sangue freddo 2005, L’arte di vincere 2011) è interpretato magistralmente da Steve Carell (40 anni vergine 2005, Un’impresa da Dio 2007). Il milionario John sublima in Amor di Patria l’istinto per gli affari, la medaglia olimpica è il simbolo ideale. I giovani sono sbandati? I valori sono dissolti? Vincere alle Olimpiadi, allenarsi, dare tutto e vincere. A chi affidare il compito? John sceglie di puntare su Mark Schultz (Channing Tatum), campione di lotta libera. Il giovane è allenato dal fratello maggiore Dave (Mark Ruffalo) dal cui controllo si sente oppresso e così accetta di mettersi sotto la protezione del riccone. Il quale ha almeno due nemici dentro di  sé: l’ambizione compressa di veder finalmente riconosciuta a livello adeguato la propria passione per la lotta, sport praticato a medio livello da giovane (molte coppe esposte nella sua stanza dedicata ai trionfi personali) e la frustrazione impostagli dalla madre (Vanessa Redgrave), anziana donna implacabilmente contraria allo sport amato dal figlio e da lei considerato di second’ordine rispetto alla caccia alla volpe, praticata con sfarzo nella sua grande tenuta. Rigido come un palo di legno, sguardo fisso e aggressivo (perfetta l’interpretazione di Carell), John du Pont sembra non accorgersi nemmeno della tracotanza (trans+cogitans) con la quale decide di “impadronirsi” delle possibili fortune agonistiche di Mark, trapiantandolo direttamente nella lussuosa palestra, attrezzata per gli allenamenti del team Foxcatcher, a pochi passi dalla residenza di famiglia. Entra presto in ballo la tematica del coaching, psicologicamente complessa e piuttosto ricorrente anche nella cinematografia oltre che nel generico e crescente substrato culturale di un certo comportamentismo ormai non solo americano. Fatto sta che John non ha fatto bene i conti con l’importanza che per Mark ha avuto e potrà avere ancora la presenza/assistenza del fratello Dave. Le Olimpiadi di Seul (1988) assumono via via il connotato di un traguardo mitologico, non sufficiente a dequalificare agli occhi di John il peso del vero coach, che non è lui ma è sempre stato Dave. Vince su tutto l’idea di famiglia. Il fratello/padre accorre in aiuto di Mark ma non rinuncia a portarsi dietro moglie e figli, affermando così l’unità e la coesione del sistema a fronte della presunzione individualistica e forzosamente simbolica. La gloria patria scivola in secondo piano e non sorprende (ma bravo comunque il regista a darcene “notizia” con efficace improbabilità espressiva) l’atto finale con cui il protagonista chiude il conto con la propria crisi storica. Realistico e tecnicamente coerente il rapporto del “lottatore” Mark con la materia sportiva in cui è chiamato a immergersi. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

 

 

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12 marzo 2015