La complessità del senso
22 07 2017

Treno di notte per Lisbona

Night Train to Lisbon
Regia Bille August, 2012
Sceneggiatura Greg Latter, Ulrich Herrmann
Fotografia Filip Zumbrunn
Attori Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay, August Diehl, Bruno Ganz, Lena Olin, Beatriz Batarda, Marco D’Almeida, Christopher Lee, Charlotte Rampling, Nicolau Brenner, Burghart Klaussner, Jane Thorne, Ana Lucia Palminha, Hanspeter Müller-Drossaart.
Berlino 2013 fc.

Cinema antico? L’immagine complessiva, non certo sfavillante di luci avveniristiche e costruita secondo un narrare per flashback tutt’altro che occultati nel loro susseguirsi discreto ma esplicito, fa pensare al recupero di un cinema-stile, ancorato a una fede estetica riflessiva e cadenzata su ritmi interiori, umanistici in senso classico. Vi furono tempi in cui il cinema trasse dalla letteratura non solo strutture narrative e suggerimenti caratteriali ma metodi sintattici da riprodurre sullo schermo in una subordinazione mimetica considerata ancora come necessaria. Il regista danese Bille August (Pelle alla conquista del mondo 1988, Con le migliori intenzioni 1992, Il senso di Smilla per la neve 1997, Il colore della libertà 2007) ha legato il destino del film al romanzo dello scrittore svizzero Pascal Mercier (Pseudonimo di Peter Bieri, Premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera nel 2007), scegliendo come interprete principale Jeremy Irons e affidando al sessantacinquenne e bravissimo attore inglese (La donna del tenente francese 1981, Mission 1986, Il mistero Von Bulow 1990, Il danno 1992, Io ballo da sola 1996, Appaloosa 2008) la mediazione letteraria del racconto. Con ricercata trasparenza, Irons si immedesima nel professore di latino Raimund Gregorius. In quel di Berna, Gregorius sembra essersi rassegnato a una vita decisamente incolore, finché una mattina gli capita di salvare dal suicidio una ragazza, nella tasca del cui soprabito rosso trova un piccolo libro intitolato “L’orafo delle parole”. E una frase lo colpisce: “Se possiamo vivere solo una piccola parte di quanto è in noi, che ne è del resto?”. Per Bieri, il fondamento del libro è nella relazione tra il momento esistenziale, la conoscenza di sé attraverso la conoscenza degli altri, e le parole attraverso le quali formalizziamo le emozioni. Parlare ed esistere finiscono per essere la stessa cosa, sulla quale si misura la diversità di ciascuno. L’autore di quel libro trovato, il portoghese Amadeu Prado (Jack Huston nel film), ha annotato i passaggi della propria vita, gli anni ’70 e il regime fascista di Salazar, gli amici e l’impegno nella resistenza, i rapporti all’interno della propria famiglia, l’amore per la compagna di lotta Estefania. E, soprattutto, Amadeu ha scritto le proprie riflessioni filosofiche, le quali ora costituiscono l’input primario per la decisione di Gregorius di lasciarsi andare al ritrovamento delle tracce di una storia che fu non solo personalissima ma affascinante e istruttiva per il suo connotato d’insieme. Per Bieri, un libro sul libro ed è intuibile, per August, la serietà del compito di trasformare tale complessità in un film che tenesse in un unico tessuto il doppio binario dei tempi, Gregorius e Prado, e lo speciale modo di raccontare adottato da Prado, un “tra narrare e comprendere” in cui “fatti” e “parole” si integrano secondo una necessità tutta interna. Non a caso il regista si avvale anche per i ruoli “secondari” di attori di primo piano. Dal momento dell’incidente esistenziale registrato nelle prime sequenze, la vita di Gregorius prende una “deriva” in cui, di momento in momento, la ricerca dei personaggi de “L’orafo delle parole” diviene rivelatrice di un profondo trapasso e rinnovamento del protagonista stesso. Simbolico il suo incontro con Mariana (Martina Gedeck), l’oculista che gli prescrive nuovi occhiali e con la quale finirà per recarsi in Spagna per un’ultima tappa della “recherche”. Non tutto è perfetto nel film, poiché August non è Bergman, ma è pur notevole il tentativo – diremmo così – di una riconversione del cinema su traguardi interiori che non implichino arroganze spettacolari.

Franco Pecori

Print Friendly

18 aprile 2013