La complessità del senso
18 12 2017

Il regno d’inverno – Winter Sleep

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Regia Nuri Bilge Caylan, 2014
Sceneggiatura Ebru Ceylan, Nuri Bilge Ceylan
Fotografia Gökhan Tiryaki
Attori Haluk Bilginer, Melisa Sözen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan, Serhat Kilic, Nejat Isler, Tamer Levent, Nadir Saribacak, Mehmet Ali Nuroglu, Emirhan Doruktutan.
Premi Cannes 2014, concorso: Palma d’Oro.

Cechov, Dostoevskij… ma lasciamo perdere. Sarà meglio parlare di cinema. Tempo e durata, nel cinema, sono due parametri diversi e quasi sempre oppositivi. La durata è la somma dei minuti occupati dalla proiezione del film ed è una misura che ovviamente si può applicare a ciascuna inquadratura e sequenza. Il regista turco Nuri Bilge Ceylan utilizza quasi sempre questo metro filmando le azioni in tempo reale, con il risultato esplicito di dare l’impressione di verità (nel cinema la verità del filmato è sempre comunque fittizia) e con l’intento implicito di trasmettere una dimensione «interiore» derivante per lo più dall’opportunità offerta allo spettatore di riflettere con (molta) calma su ciò che si vede e ancor più su ciò che viene detto. L’altro parametro, il tempo, non è misurabile con l’orologio giacché è nella metafora, operazione (intellettuale) di costruzione del senso, il cui risultato è ottenuto, al montaggio, dai «misteriosi» (poetici) accostamenti, per contiguità e/o per analogia, di materiale filmato. Può accadere che una sequenza possa trasmettere un senso di «tempo» anche molto maggiore di un’altra la cui «durata», il cui metraggio sia di gran lunga più esteso. A questo livello, il cinema di Ceylan (Uzak 2002, Il piacere e l’amore 2006, Le tre scimmie 2008, C’era una volta in Anatolia 2011) non cambia, fatti salvi i dislivelli della resa estetica, tra – per esempio – il bellissimo Il piacere e l’amore e quest’ultimo Winter Sleep, il sui titolo rivela già una dismisura dell’introspezione nello sviluppo narrativo, sostanzialmente poco sensibile alla metafora della stagione morta. Il dilatarsi della durata (196 minuti) non toglie al film il senso di una poco fruttifera esplicitazione dei rimandi filosofici, affidati agli accidenti che segnano la discesa dinamica dei personaggi principali, còlti nel momento deprimente della loro riflessione. Un certo disagio mutuato allo specchio di un mondo contemporaneo più intuito che indicato è avvertibile durante i lunghi dialoghi di stampo teatrale e nel succedersi della diegesi situazionale, tuttavia il nocciolo della triplice crisi, dell’ex attore Aydin (Haluk Bilginer), della sorella divorziata quasi-pentita Necla (Demet Akbag) e di Nihil (Melisa Sözen), giovane moglie di Aylin, è nel gioco dialettico puntualizzato da una sceneggiatura prevalentemente impostata nel puntiglioso sviluppo delle battute. E però, se da una parte lo script può risultare di buona soddisfazione per appetiti letterari e filosofici irrisolti alla radice, dall’altra va a intaccare la presunzione di una cifra figurale per la quale sembrerebbe essere stata prevista una prevalenza più che consistente. Le immagini dell’inverno, la neve che copre il paesaggio quasi lunare della solita Anatolia ceylaniana, incide sul portato metaforico molto meno di quanto incida la consistenza allusiva dei continui confronti dialettici tra i protagonisti. In effetti, i loro scontri caratteriali, psicologici, storici e culturali, hanno il pregio – non da poco nell’epoca della svelta e disinvolta superficialità inconsapevole – di colmare un ampio ventaglio di interrogativi “morali”, riguardanti vari aspetti della vita contemporanea, associata e anche privata. Lo spettatore potrà verificare da sé e in sé, la portata e l’utilità repertoriale. La bravura degli attori ha garantito alla regia la sicura tenuta del filmone, tanto che, a un certo punto, si ha perfino la sensazione che la proiezione possa durare all’infinito. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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9 ottobre 2014