La complessità del senso
16 11 2018

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Regia Martin McDonagh, 2017
Sceneggiatura Martin McDonagh
Fotografia Ben Davis
Attori Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, Peter Dinklage, John Hawkes, Amanda Warren, Kerry Condon, Michael Aaron Milligan, Lawrence Rurner, Jerry Winsett, Malaya Rivera Drew, Darrell Britt-Gibson, Nick Searcy, Sandy Martin, Kathryn Newton.
Premi Venezia 2017: sg. Golden Globe 2018: film dr., sg., Frances McDormand atr., Sam Rockwell atnp. Oscar 2018: Frances McDormand atr., Sam Rockwell atnp.

C’è poco da scherzare, stavolta. Nel 2008, arrivò dal Sundance Festival il primo lungometraggio dell’inglese (da genitori irlandesi) Martin McDonagh, quel In Bruges in cui il regista mostrava una certa doppia attitudine all’allusività ironica e quasi allo sberleffo nel maneggiare la materia di genere con l’intento non sotterraneo di mostrare disinvoltura verso i valori anche referenziali del racconto di killer male assortiti e “sfortunati” (Colin Farrell e Brendan Gleeson). Una commedia piuttosto nera con violenza finale sparata alla brava, per impressionare. Nel 2012 fu la volta di 7 psicopatici. La riflessione sulle aperture metaforiche del linguaggio si articolava verso un paradossale “realismo” interno, i personaggi vivevano dei dubbi e delle scelte stesse del loro autore, trama e struttura narrativa mostravano senza ritegno la loro consustanzialità. Ora McDonagh attenua il divertimento, spinge dritto sulle proprie doti di sceneggiatore (la sua competenza primaria, ultrapremiata, è teatrale) e accelera lungo la via maestra del Noir classico. Nessun giochetto sulla traccia narrativa, vietati i colpi di gomito. Nessuna interpolazione per mischiare le carte in funzione di una suspense artificiosa. Soltanto un’aria provocatoria di leggerezza nascosta, perfino sadica in fondo e comunque amarissima. Tutto funziona, protezione del montaggio lineare assicurata. Ogni ricerca di gratificazione da “intelligenza” è sottoposta ad altre istanze primarie, a cominciare dall’ambientazione: il Missouri è lo stato, ammesso nell’Unione nel 1821, che abolì la schiavitù solo nel 1865, dopo l’approvazione del XIII emendamento della Costituzione. Da quelle parti, ancor oggi, c’è poco da scherzare. Non solo per il razzismo tradizionale, ma per la trama di pregiudizi di cui s’intesse il quotidiano della gente comune, delle madri e dei figli, dei mariti e delle mogli, dei violenti di passaggio e dei cani da guardia che la Polizia non aggiorna se non con colpevole ritardo. E come avviene l’aggiornamento? Con l’arrivo di un nuovo capo della centrale, nero stavolta e umano (Clarke Peters), atteso dal compito molto difficile di sostituire il responsabile (Woody Harrelson) che se n’è andato per colpa di un cancro maligno. Non riusciremo a piangere per le sue lettere lasciate, a confessione franca, generosa a suo modo, quasi in nome di un’America bloccata nella disperazione: male fisico e disturbo più generale, di una follia collettiva che possiede le persone al di là della loro sostanza individuale, qualcosa che viene dalla storia e che non sarà facile ridurre ad altra ragione, al di là del racconto di un film “ben fatto”. È qui il senso che si coglie alla base del terzo film di McDonagh, è la tensione tra essere linguaggio e dare al linguaggio la vita che esso merita, in un contesto che non lascia a disposizione molto altro se non la pratica di un genere narrativo. Passano pochi minuti dall’inizio del film e siamo nel problema che la protagonista Mildred Haynes (bravissima Frances McDormand) ha nel cuore e cerca di risolvere. Ci sembra di esservi, ma fino alla fine e oltre non avremo poi mai elementi esaustivi per rimanere tranquilli. Una realtà tremenda, da incubo non-horror, da noir oltre il Noir, un’ansia di rispetto dovuto e drammaticamente insufficiente ci invaderà lasciandoci attoniti e rabbiosi, perfino commossi, salvati forse ma soltanto per grazia dell’arte e guardinghi, vogliosi di riflettere ancora e di dare il nostro giudizio, nell’ironia dell’autore ma al di là di essa, oltre ogni giustificazione estetica, al di qua della catarsi. Mildred non si dà pace per la fine della figlia, “stuprata mentre moriva”. Mildred vive a Ebbing, nel Missouri (Midwest), ha una situazione complicata con l’ex marito (John Hawkes), affronta le giornate da sola, col suo carattere ispido e asciugato dal dolore. Dopo mesi, nessuna traccia del colpevole dell’orribile misfatto. Tre grandi tabelloni per l’affissione pubblicitaria, appena fuori dall’abitato lungo una strada che ormai nessuno percorre più, sono in disuso e disponibili per le scritte che la donna ha in mente, con le quali si rivolgerà non solo ai poliziotti ma a tutti coloro che fanno parte della “banda” a cui di fatto si sono iscritti, prete compreso. La tensione cresce, la sentiamo spandersi oltre lo schermo e invadere la sala. Non si scherza. I poliziotti e tutti gli altri che si muovono intorno sono i folli di un mondo che sembra non saper rispondere a domande normali e ubbidire invece a istanze nascoste, inconfessabili. La trappola ci attanaglia. Cresce la voglia di guardarsi attorno. Resta con Mildred – e con noi – Dixon (Sam Rockwell), il più “stupido” e incapace dei poliziotti, il quale ha perso il posto a causa della sua quasi comica alienazione. Reso malconcio anche fisicamente (c’è sangue nel film, divampano fiamme, si puniscono dentisti western), Dixon si mette, per quello che può, sulla strada della riflessione. La sua mamma dorme un sonno maligno davanti alla Tv. Il finale non finisce.

Franco Pecori

Print Friendly

11 gennaio 2018