La complessità del senso
28 06 2017

Il nome del figlio

film_ilnomedelfiglioIl nome del figlio
Regia Francesca Archibugi, 2015
Sceneggiatura Francesca Archibugi, Francesco Piccolo
Fotografia Fabio Cianchetti
Attori Alessandro Gassman, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papale, Micaela Ramazzotti

«La prossima volta vota centrodestra». Ma che simpatico quel Paolone (Alessandro Gassman), agente immobiliare, così ingombrante, così performante, così gesticolante! In attesa di un figlio dalla bella moglie Simona, popolana di Roma (Micaela Ramazzotti) e personaggio televisivo nonché scrittrice tra le ultime arrivate, Paolo conquista facilmente il centro della scena. A casa della sorella Betta (Valeria Golino), madre di due figli, insegnante e casalinga sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), scrittore e professore universitario grazie all’appoggio del suocero ebreo comunista, la famiglia si riunisce per una cena beneaugurante. La casa già di per sé, trasformata con spirito neosnob da alloggio ex popolare in tana intellettuale borghesotta, indica il recinto tematico entro cui ci si muoverà. E’ invitato anche l’amico d’infanzia Claudio (Rocco Papaleo), musicista un po’ jazzista dal carattere solitario e dall’aria di saggio con ironia incorporata. Tutti lo credono gay, ma sarà il disvelamento di un suo indicibile segreto a deflagrare, alla fine, nella soluzione di un nuovo equilibrio, aggiornato e ormai più consono ai tempi. Il consiglio elettorale di cui sopra esce spontaneo e sincero dalla bocca di Paolo,  al termine della serata, quando tutti i protagonisti sono ormai, ciascuno per una propria ragione, sfiniti e turbati e la scena (teatrale, ma teatro e cinema non è detto siano sempre discordanti) si dirada in un finale a sorpresa, anche risarcitorio. Il destinatario dell’invito a mettere la freccia a destra è Sandro, fedele alla Ragion Pratica di Kant e a Marx, convinto sostenitore della necessaria qualità antropologica dei comportamenti e puntiglioso frequentatore del nuovo costume di Twitter. All’inizio, tutto sembrava avviato a una normale e piacevole cena (il film tiene conto del precedente francese Cena tra amici, di Alexandre De la Patellière, 2012, ed è tratto dalla pièce “Le prénom”, dello stesso autore e di Matthieu Delaporte), ma viene fuori la solita domanda sul nome da dare al figlio che sta per nascere (l’ecografia dice che sarà un maschio). Lo snocciolamento porta a Benito e così si scivola verso argomenti spinosi quanto triti, fino a scoprire una pentola in ebollizione. Il fuoco incrociato di battute mantiene un ritmo tarantolato da togliere il respiro. La compagnia  riunita, chiamata a mantenere una dose di tolleranza per reggere il crescente urto delle contrapposizioni morali/ideologiche/culturali, più di una volta traballa, mostra la deperibilità della struttura e, al dunque, rischia di venirne fuori un decadimento quasi irreparabile. Nella splendida tradizione della commedia italiana più impegnativa, sceneggiatura e regia assecondano la giostra vorticosa degli accordi e degli scontri più o meno espliciti o sotterranei, tenendo continuamente pronto il toccasana di provenienza ormai mitica, quel “e sto a scherzà” dell’Albertone nazionale, chiave miracolosa di ogni possibile riparazione. La Archibugi ha il merito di seguire un tracciato di naturalezza non di maniera, gli attori sono messi in condizione di “vivere il set” con una coscienza del ruolo che va oltre l’esecuzione, pur mantenendo  alta la cifra professionale. Insomma, il film ha un suo respiro non artefatto, ben aldilà dell’andamento stereotipo di altre commedie nostrane. E si presta a riflessioni anche importanti, volendo, sull’approdo inconsistente di tutta una generazione che non sa più fissare punti di riferimento per un impegno forse ancora cercato e/o da cercare ma non più trovato. A cena possiamo considerarci invitati anche noi, è un po’ come assistere da vicino e magari partecipare al confronto di idee, al montaggio e smontaggio di modi di pensare e di fare di cui magari nemmeno ci si accorge più; e siamo invitati a considerarne l’inutilità prospettica. Il risvolto finale, che non va rivelato, sposta l’attenzione verso altre possibili letture, per un mondo capace sì di conservare e coltivare ancora gli affetti ma in una visione liberata da parole e schemi troppo usuali. A sei anni da Questione di cuore, Francesca Archibugi conferma l’appassionata attenzione del suo cinema alla sostanza umana dei personaggi e la lucida consapevolezza del portato culturale di ogni scelta anche strettamente tecnica. Mai un taglio ad effetto, nessuna ottica compiacente. Si ride anche, ma sentendosi vivi.

Franco Pecori

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22 gennaio 2015