La complessità del senso
17 12 2017

Pietà

Pieta
Ki-duk Kim, 2012
Fotografia Jo Young-Jik
Cho Min-soo, Lee Jung-jin
Venezia 2012, concorso: Leone d’Oro.

Il tema della pietà ha un valore soprattutto estetico per il coreano Ki-duk Kim. La cura formale dei suoi film migliori (Seom – L’isola 2000, Ferro 3 – La casa vuota 2004) fa dello stile la sostanza stessa del racconto senza tuttavia restare esercitazione. La sintesi tra forma dell’espressione e forma del contenuto è il risultato più difficile da raggiungere, non solo nell’arte ma soprattutto nell’arte. Qui il sentimento della vendetta coinvolge una donna fino a incidere sul suo ruolo (parola da intendersi nel senso più completo, psicologico e culturale) di madre e a modificare la funzione della pietà che ella prova, in una fusione tragica, di morte rappacificante.  Perfettamente scelti per la loro parte, i due protagonisti immettono nel film un’energia del “vissuto” che si traduce nella tensione drammatica, oltre la forza impressionante dei “fatti”, nei propri specifici atti scenici che definiscono l’ambiguità del tema e lo svolgono per suggerirne ulteriori possibili interpretazioni, quasi in una catena infinita. Nel rispetto della tradizione delle culture orientali, in cui la forma è anche “religione”, Ki-duk Kim entra nel quotidiano miserevole dei piccoli artigiani di Cheonggyecheon, quartiere povero di Seul. Freddo e distaccato come un diavolo dell’usura, il giovane Kang-do (Lee Jung-jin) ottiene la riscossione dei debiti in modo molto “realistico”: rende mutilati sul lavoro i debitori affinché abbiano il premio assicurativo, unica fonte di entrata consistente possibile per loro. Le diverse scene di “infortunio” formano una sequenza della crudeltà che impressiona per lo svolgimento non-progressivo, come se andassero a collocarsi in una collezione obbiettiva predeterminata dalla storia implacabile sui destini dei poveri. L’usuraio non è che il disgraziato strumento impersonale. Vive una vita da recluso, in un ambiente ristretto e squallido, non ha prospettive. Veniamo a scoprire che gli è mancata la madre fin da piccolo quando una donna si presenta da lui insistendo nell’affermare di essere lei la madre che lo abbandonò. Il rancore e l’odio che hanno covato per 30 anni nel giovane gli impediscono ora di accettare la nuova realtà affettiva, ma Mi-sun (Cho Min-soo) riesce a imporsi, entra in casa e perfino nel letto di Kang-do, consumando il contrasto in una forzosa e sofferta intimità, in una successione che tocca punte di imbarazzante sgradevolezza. La componente misteriosa del comportamento della donna va a definire la complessità dei suoi sentimenti, specie quando, attenuatasi la resistenza di Kang-do, Mi-sun comincia a sentirsi finalmente madre e a provare pietà per quel figlio che la respingeva e ora è tentato di accoglierla. Pietà, capiremo nel finale, anche per se stessa, madre colpita a morte dalla fine di un figlio che costituisce il suo terribile segreto. E per capire dovremo considerare l’altro aspetto del dramma, la vendetta, l’altra faccia di un sentimento complesso e risolvibile, così pare a Ki-duk Kim , soltanto con l’esecuzione di un disegno preciso e spietato.

Franco Pecori

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14 settembre 2012