La complessità del senso
28 06 2017

Philomena

film_philomenaPhilomena
Regia Stephen Frears, 2013
Sceneggiatura Steve Coogan, Jeff Pope
Fotografia Robbie Ryan
Attori Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Ruth McCabe, Barbara Jefford, Kate Fleetwood, Peter Hermann, Mare Winningham, Micheelle Fairley, Sean Mahon, Xavier Atkins, Charles Edwards, Simone Lahbib, Charlie Murphy, Amy McAllister.
Premi Venezia 2013 concorso: Steve Coogan, Jeff Pope sc.

Negli anni ’50, poteva succedere in Irlanda che una ragazza rimasta incinta venisse spedita in convento, al servizio delle suore. La creatura che nasceva era spesso adottata da famiglie agiate americane e portata via alla madre senza alcun permesso.  Stephen Frears (My Beautiful Laundrette 1985, Le relazioni pericolose 1988, Due sulla strada 1996, Piccoli affari sporchi 2002, Lady Henderson presenta 2005, The Queen 2006) si rifà a una “storia vera”, letta in un articolo del Guardian in cui si parlava del libro di Martin Sixsmith, “The Lost Child od Philomena Lee”. Nei cinquanta anni successivi alla “vendita” del figlio Anthony, la donna (Judi Dench) non ha mai smesso di cercare di ritrovarlo. Una speranza finalmente concreta si profila a Philomena quando un giornalista s’interessa alla sua storia, pensando di utilizzarla per rientrare nel giro importante da cui si è visto estromettere in seguito a beghe professionali. Martin (Steve Coogan) convince Philomena a seguirlo fino a Washington, sulle tracce di Anthony. La ricerca è finanziata da una di quelle pubblicazioni “rosa” che propongono al loro pubblico “popolare” e prevalentemente femminile casi esemplari, corrispondenti agli stereotipi di vita più diffusi. Il colpo giornalistico potrebbe essere interessante e Martin s’impegna nell’indagine per ricostruire la figura del bimbo adottato e strappato alla madre, la quale, sconsolata per la separazione, non si è mai arresa e tuttora è disposta al lungo viaggio in America. I due personaggi sono molto diversi e bene assortiti. Il giornalista si è formato a Cambridge, non è religioso e affronta con la necessaria consapevolezza i problemi di adattamento nel dover essere in tandem con Philomena, infermiera irlandese in pensione, cattolica e di origini operaie. La figura di quella madre, tuttora cosciente del piacere sessuale provato nel lontano incontro dal quale nacque il suo bambino e però anche sensibile verso la discrezione morale entro cui per lei andrà mantenuta la ricerca, contrasta con le esigenze di un certo mondo della comunicazione che fa da referente per Martin. Ne emerge una costante presenza del tema che possiamo definire di “traduzione” culturale da un livello all’altro, da una prospettiva all’altra nel decifrare e ricollocare progressivamente la situazione di caccia all’indizio e di progressiva consapevolezza dei fattori in atto nella vicenda, una vicenda che man mano scopriamo riguardare sì una persona ma certo non soltanto una persona. Martin si pone il problema di rispettare il sentimento intimo e profondo di Philomena e non trascura nemmeno di farsi portatore di chiarezza e disvelamento. Non per niente Frears è il medesimo regista di un film come Eroe per caso (1992),  sulla falsificazione della realtà operata dalla tv-verità. Qui siamo al film “tratto da una storia vera” e la distanza problematica tra l’espressione e la “realtà” viene continuamente evidenziata sui due versanti, della riformulazione del racconto voluta dal committente secondo gli standard masmediologici e del ricollocamento in dimensione intima operato puntigliosamente da Philomena (Judi Dench sublime) verso le progressive rivelazioni, sia materiali che sentimentali. Quel figlio mai più incontrato va a comporre un quadro a sorpresa, quadro che non riveliamo ma che ridefinisce in una prospettiva socioculturale e perfino politica diversa il dolore e la gioia di una madre, sentimenti passati per l’esperienza intima e silenziosa di cinque decenni e ora disponibili – per così dire – a un’interna ristrutturazione pacifica. L’incontro finale con l’amico di Anthony, gli spezzoni di vita vissuta, in momenti importanti e in altri più esclusivi e riservati, còlti da video e foto private e “pubbliche”, riarticolano la storia in una dimensione obbiettiva, utile anch’essa a una comprensione profonda del dramma di Philomena, visto in una prospettiva dinamica. La regia è attentissima a non perdere le ragioni intime e private, affettuose, della vicenda senza tuttavia depauperarla delle valenze obiettive, non meno importanti per una lettura in linea con le più attuali prospettive socioculturali. E per il cinema, restando fedele a una poetica realistica non “documentaria”, secondo un’attrattiva elastica, dal “dentro” al “fuori” e viceversa. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.]

Franco  Pecori

 

 

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19 dicembre 2013