La complessità del senso
22 08 2018

La terra dell’abbastanza

La terra dell’abbastanza
Regia Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2018
Sceneggiatura Damiano e Fabio D’Innocenzo
Fotografia Paolo Carnera
Attori Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti, Demetra Bellina, Michela De Rossi.

Un uomo viene ucciso per caso. Lo travolge una macchina, di sera passando vicino al campo sportivo di una periferia romana, piatta e sconosciuta. Alla guida dell’auto c’è Mirko (Matteo Olivetti), accanto a lui Manolo (Andrea Carpenzano), stavano appena scherzando per un pezzo di pizza con la cicoria mangiato in fretta, a fine giro. Mirko e Manolo sono amici fraterni, studenti al penultimo anno dell’Istituto Alberghiero, di sera consegnano pizze. Non sanno che la loro vittima è un “infame” venduto alle guardie e che provocandone la morte hanno fatto un piacere al clan malavitoso capeggiato dal boss Angelo (Luca Zingaretti). Il perfido opportunismo del padre di Manolo (Max Tortora) suggerisce di volgere in positivo la disgrazia. Dal clan di Angelo arriveranno favori. Damiano e Fabio D’Innocenzo, fratelli gemelli pronti al debutto dietro la macchina da presa, prendono atto. Si può fare a meno della Tv, dei suoi stilemi, delle sue illuminazioni a giorno. Il cinema italiano, già neorealista per necessità pratiche e morali, può sopravvivere alle “serie” e perfino ai telegiornali, narrati quanto basta per non eludere la telesomiglianza con la “realtà”. A distanza siderale da quelli che sembrarono principalmente films-documento del dopoguerra e che, invece, erano invenzioni cinematografiche coerenti con il contesto, un film, almeno uno, oggi ha la forza estetica di trapassare senza danni il corpo catodico del tvcine sceneggiato e proporsi allo spettatore con la freschezza consapevole di un saggio pasoliniano. Attenzione, nessun manierismo, assenza di citazioni, discorso diretto eppure metaforico. Gli attori non fanno il verso, parlano una lingua. Non si dimenticano facilmente lo sguardo e il sorriso, persi e allegri e urlanti anche di dolore, di Manolo e Mirko, indecisi e ironici sulle scelte da fare tra i mestieri “comici” di una società poco seria. Pasolini, presente ma non c’entra, è – non diciamo poco – nell’appassionata e misurata disinvoltura di tener fede a un montaggio di cinema, a un ritmo narrativo rispettoso dell’andamento interno del racconto e non della semplice fatica del set. La quale, cancellata, è assente sullo schermo. I due registi, nati a Tor Bella Monaca e cresciuti ad Anzio-Lavinio, esordiscono con maturità, nessuna traccia letteraria nel loro lavoro che però non è certo “semplice”. E meno che mai “semplificato”. Si avverte come un’insofferenza, a stento trattenuta, per la paccottiglia verista e condiscendente, fruttata dallo scopiazzamento “osceno” del coattume noir-poliziesco e/o thriller sociopsicologico delle produzioni di riporto che da tempo ormai invadono piccoli e grandi schermi. Prevale in assoluto l’istanza narrativa, il voler tener dietro, con fedeltà, ai casi – dettagli, spunti, conseguenze – che segnano la vita di Mirko e Manolo, in una progressione negativa senza scampo. Di momento in momento l’incoscienza di un fare insensato assume una ragione tanto falsa quanto trasparente: la fine è in agguato, evitabile e preannunciata, si nutre di valori inermi, divora alternative sfuggenti. Siamo accanto a loro, ai due ragazzi “naturali” e fittizi, regolati da un referente che dovremmo conoscere e che non riusciamo a vivere, che il cinema ci indica per allusione stavolta, discreto nel rigore di una sconvolgente libertà di scelte impossibili, proposte per una società diversa ben oltre l’inefficace immediatezza di cambiamenti “apolitici”. Droga, omicidi, clan di sfruttatori, reclutamento malavitoso, alienazione di novità generazionali, non sono materiali per un dibattito da poltrona: sono, intanto, il film ordinato e metodico, che racconta l’angoscia determinata e compulsiva di due “fratelli” senza futuro, attesi da un colpo di pistola senz’altro. Inutile l’amore (Mirko e la sua ragazzina), inutile l’affetto (Mirko e la madre, “ciao ma’ “), inutile il Destino, assente (una o due sorprese finali non bastano). Nulla da tagliare, nulla da aggiungere. Una maledizione. È abbastanza.

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7 giugno 2018