La complessità del senso
26 06 2017

Se mi lasci non vale

film_semilascinonvaleSe mi lasci non vale
Regia Vincenzo Salemme, 2016
Sceneggiatura Martino Coli, Paolo Genovese, Vincenzo Salemme
Fotografia Alessandro Pesci
Attori Vincenzo Salemme, Carlo Buccirosso, Paolo Calabresi, Serena Autieri, Tosca D’Aquino, Carlo Giuffrè

La farsa, nelle mani di un regista/attore come Vincenzo Salemme, bravo, intelligente e soprattutto non improvvisato frequentatore di palcoscenico, è un genere rispettoso di sé e nello stesso tempo trasparente indizio di riflessioni sul linguaggio e sul materiale di riferimento. Diciamo che  Salemme non disdegna l’esibizione di bravure teatrali, alle quali invita gli attori chiamati con lui, ma le utilizza quasi in modo didascalico, propedeutico a una ri-educazione allo spettacolo, in un contesto degradato, prosperoso di prodotti ultrasemplificati. Intanto, si percepirà come per essere attori di cinema non basti affatto esibire la propria “faccia”. Sembra un’ovvietà più che ovvia, ma sarà bene ripeterla ad ogni occasione. Il ruolo specialmente grottesco affidato a Carlo Buccirosso, la dice lunga. Alberto è un attore di terz’ordine, incompreso, che si vanta in continuazione di aver vinto la Spiga d’Oro e accetta per necessità di fare la parte dell’autista di Vincenzo (Salemme), finto ricco in combutta con Paolo (Calabresi), finto veganista. Succederà, “per caso”, che il finto autista prenderà il posto del finto ricco, determinando svolte grottesche del racconto, ma soprattutto mantenendone viva la “lezione” non solo morale. Nessuna noiosa “pedagogia”, sia chiaro. La lettura del film, parsaci più che possibile, viene dai pericoli, via via più minacciosi per il livello generale del nostro cinema, di un oblio definitivo delle radici tecnico-semiotiche da cui è regolata, ce se ne accorga o meno, la nostra vita quotidiana. Tuttavia le battute e diremmo piuttosto tutti i dialoghi scena dopo scena, sono divertenti e appropriati, nel senso che si fondano sulla coerenza interna al rappresentato, senza rimandare indebitamente a situazioni esterne al film – escamotage invece del tutto usuale in gran parte del cosiddetto “cinema della realtà”, anche comica. Apparentemente semplice o addirittura infantile il meccanismo narrativo. Vincenzo e Paolo, due “giuggioloni” di mezza età, il primo persino un po’ arguto e il secondo francamente fin troppo disponibile a facili furbizie, si conoscono per via di parallele delusioni amorose. Lasciati dalle rispettive compagne, Sara (Autieri) e Federica (D’Aquino), si accordano (ma l’idea “perversa” è di Vincenzo) per una vendetta degna del contrappasso dantesco. Avvantaggiati dal possibile scambio di informazioni sui caratteri e sulle preferenze delle due donne, i due corteggeranno ciascuno la ex dell’altro, facendola innamorare per poi lasciarla. Immaginabili le conseguenze. Si noterà un certo modo “aggraziato” di gestire, da parte di Salemme, la tipicità delle situazioni, puntando sulla credibilità di ciascun attore verso l’autocritica del personaggio e mantenendo costante l’evidente distanza scenica dal supposto originale. Noterella finale: il solo comparire di Carlo Giuffrè nella parte del vecchio padre di Paolo ti dice che, sì, il mondo può essere ancora giusto.

Franco Pecori

 

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21 gennaio 2016