La complessità del senso
03 06 2020

Favolacce

Favolacce
Regia Fabio D’Innocenzo, Damiano D’Innocenzo, 2020
Sceneggiatura Fabio D’Innocenzo, Damiano D’Innocenzo
Fotografia Paolo Carnera
Attori Elio Germano, Barbara Chichiarelli, Gabril Montesi, Max Malatesta, Lino Musella, Laura Borgioli, Giulia Melillo, Justin Korovkin, Giulietta Rebeggiani, Tommaso Di Cola, Ileana D’Ambra, Man Tortora (voce narrante).
Premi Berlinale 2019: Orso d’Argento per la sceneggiatura.

Il sogno dei villini, del villaggio residenziale, della nuova società sistemata e progressiva, americana, è lontano, non ha portato bene. «Credevo peggio», disse Moretti in Vespa nel 1994. Peggio sarebbe poi stato. Ora il film dei fratelli D’Innocenzo (seconda prova dopo La terra dell’abbastanza, 2019) non “documenta” il peggioramento, lo immagina in un film/incubo che non lascia soluzioni, né sociologiche né politiche. Ma lascia fuori dalla porta di casa nostra – regalo pietoso d’un ultimo postino rimasto – il pacco/eredità da un Haneke Nastro Bianco per le pagelle improprie ai bambini di una scuola colpevole di travisamento. Mai più neorealismo, né recuperi tardivi di verosimiglianze pasoliniane. Solo dolore per un inganno insopportabile e da sopportare fino alla fine, per un destino procurato verso cui una ribellione trova ostacoli mortali. Il diario di una ragazzina, trovato per caso, si offre alla lettura e alla prosecuzione, ma la curiosità si arresta sul ciglio del baratro di promesse mancate, di bocconi strozzati, di suicidi pre-scritti. La vita di nuclei famigliari si presta ingiudicabile all’occhio del cinema non-indifferente, per una non-commedia, per un non-dramma, per un non-thriller, per una traccia fotodinamica e sonora aprospettica e pur storica. La storia del quotidiano autolesionista e impulsivo, del negativo che incombe, del normale che divora, còlta per caso-non-per-caso, disegna la tortura del collettivo bloccato prima dell’autocoscienza, mutilato di proprietà transitiva da una storia che ci fa ricchi, ormai, di mancanza e di miseria imitativa, in un arresto del viaggio, in una sosta forzata che ha l’aria di non poter preannunciare prosecuzioni. Fredda e rabbiosa, la regia non indica Fili di Arianna né offre gratificazioni “estetiche”, semplicemente ci lascia sperduti nel viaggio senza meta. I bambini, bravi a scuola e ubbidienti a casa, vivono sconsolati avvertendo un disagio senza origine, un divario indicibile, pronti alla malinconia del distacco, alla cancellazione del sentimento. I genitori soffrono di ruolo che sentono imposto da una usanza misteriosa, da una progettualità stoppata all’orizzonte, dalla “stranezza” del traguardo ignoto, la cui inesistenza è anche per loro, innegabile. La bravura degli attori, anche di Germano, è condizione necessaria per l’espressione di un’arte che i D’Alessandro ci raccontano come quasi costrittiva eppure non driblabile davanti alla porta aperta, larga e sconfinata e pertugio ottuso, qualificabile in negativo. Incombe la morte e non c’è molto da fare. Almeno qui e ora. “Bisogna morire”, dice la canzone sui titoli finali in nero. Cambiare scuola, casa e città? È una parola. [A causa del coronavirus, non in sala ma on demand, su Sky Primafila Premiere, TimVision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital, Rakuten Tv]

Franco Pecori

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11 maggio 2020