La complessità del senso
15 11 2018

1945

1945
Regia Ferenc Törōk, 2017
Sceneggiatura Gábor T. Szántó, Ferenc Torok
Fotografia Elemér Ragályi
Attori Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kálózy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki, Ági Szirtes, József Szarvas, Iván Angelusz, Marcell Nagy, István Znamenák, Sándor Terhes, Miklós B. Székely, György Somhegyi, Tünde Szalontay, Béla Gados.
Premi Jerusalem Film Festival 2017: Miglior rappresentazione artistica dell’Olocausto.

Agosto 1945. La grande tragedia della guerra, al termine, apre scenari di riflessione e di faticosa ricostruzione non solo materiale ma umana. Siamo in Ungheria, nella stazioncina di un piccolo centro dell’interno sono le 11. Arriva sbuffando il treno a vapore. Il capostazione ripete i soliti gesti, i militari sovietici, occupanti, sorvegliano. Due uomini scendono e con loro due casse vengono scaricate e depositate su un carretto tirato da un cavallo. I due uomini hanno l’aspetto inconfondibile di ebrei ortodossi. Si avviano verso il paese seguendo il carro. La fotografia è di un bianco&nero nitido, che esclude confusioni. La cinepresa registra impassibile il tempo cadenzato dell’azione. Nel villaggio sta per svolgersi il matrimonio tra Árpád (Bence Tasnádi), figlio del notaio vicario István (Péter Rudolf), e la giovane contadina Kisrózsi (Dóra Sztarenki). Si nota presto la presenza di un terzo uomo, Jancsi (Tamás Szabó Kimmel). Kisrózsi, sarà chiaro, preferisce lui ma è attirata dal negozio di drogheria di cui è proprietario Árpád. Semplici i modi delle persone, essenziali le parole, stretta la derivazione tradizionale dei comportamenti. Con raffinata sensibilità del tocco (angolazione e taglio classici) il cinema di Ferenc Törōk lascia emergere un sottile quanto profondo disagio nelle persone, nella loro vita quotidiana, segnata dal momento di trapasso epocale e dalle soggettive condizioni di ciascuno. István e sua moglie Anna (Eszter Nagy-Kálózy), in particolare, sembrano molto preoccupati dall’arrivo – lo chiamano “ritorno” – dei due ebrei. Non possiamo spiegare a questo punto il motivo di quella preoccupazione, giacché un saliente carattere espressivo del film sta proprio nel graduale disvelamento delle cause di quel disagio. Non tutte le colpe di un basso grado di umanità vanno necessariamente attribuite alla guerra, ma certo le condizioni estreme create dal conflitto mondiale possono aver accentuato lo spregevole opportunismo di alcuni verso altri. Di scuro István e la sua famiglia sembrano aver approfittato degli accadimenti degli ultimi anni per migliorare la propria situazione e l’atteggiamento difensivo col quale accolgono l’arrivo dei due ebrei lascia pochi dubbi circa una loro responsabilità inconfessabile. Il vicario sospetta che quelle due casse arrivate col treno contengano profumi e cosmetici all’ingrosso e il fatto che egli definisca “ritorno” l’arrivo dei due ortodossi lascia immaginare una tematica, diciamo così, commerciale. Il ritorno dei Pollak significa che “bisognerà restituire tutto”, casa compresa? Cresce anche, intanto, l’agitazione di un altro personaggio, amico e dipendente di István: András Kustár (József Szarvas) si ubriaca per dimenticare di aver firmato un’accusa, suggerita dal vicario, in base alla quale i Pollak sono stati deportati per anni. Perseguitato dalla paura e dal pentimento, il poveretto chiede invano aiuto al prete (Béla Gados). La sorpresa finale sarà di un’eleganza così discreta e persistente da indurre a una profonda e più degna riconsiderazione di certi mali della Storia. Presentato alla Berlinale 2017, sezione Panorama, il film ha vinto nello stesso anno al Jerusalem Film Festival il premio Avner Shalev Yad Vashem, con la motivazione: “Questo innovativo mistery si sviluppa in un panorama di cataclismi: la sua straordinaria visione cinematografica espone il potere corrosivo dell’antisemitismo e della collaborazione durante l’Olocausto”.

Franco Pecori

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3 maggio 2018