La complessità del senso
19 10 2017

Non riconciliati

film_nonriconciliatiNicht versöhnt / Nicht versöhnt oder Es hilft nur Gewalt, wo Gewalt herrscht
Regia Jean Marie Straub, Danièle Huillet, 1965
Sceneggiatura Jean Marie Straub, Danièle Huillet
Fotografia Gerhard Ries, Christian Blackwood, Wendelin Sachtler, Jean-Marie Straub
Attori Heinrich Hargesheimer, Carlheinz Hargesheimer, Martha Staendner, Danièle Huillet, Henning Harmssen, Ulrich Hopmann, Joachim Weiler, Eva-Maria Bold, Hiltraud Wegener, Ulrich von Thüna, Ernst Kutzinski, Karl Bodenschatz, Heiner Braun, Georg Zander, Lutz Grubnau, Martin Trieb, Walter Bruhl, Erika Bruhl, Wendelin Sachtler, Anita Bell, Margrit Borstel, Huguette Sellen,Eduard von Wickenburg, Helga Bruhl.

[dal romanzo Billard um Halbzehn, di Heinrich Böll, 1959 (Biliardo alle nove e mezzo, Mondadori). Al centro della storia è la famiglia dell’architetto Faehmel, di Colonia. Le loro azioni e inazioni, il loro coraggio, la viltà e le loro fughe dalle responsabilità, con riferimento a tre generazioni, dal 1907, per un periodo di circa mezzo secolo].

Il pensiero che si realizza in linguaggio, che si organizza, adeguandosi ai relativi limiti, in segno. Fuori da questa organicità del fare-fruire, non è possibile parlare di comunicazione, di arte, di cinema. Straub realizza in pieno una rigorosa fedeltà antinaturalistica (artistica) nei contronti delle strtutture con le quali viene a contatto (critico). E ancora prima, in funzione di questo contatto, un’intelligente fedeltà verso il proprio essere uomo-pensiero-morale. La riflessione su un periodo storico, su un settore della società che lo ha vissuto e lo continua assume in tal modo l’autorità-non-autorità del dicorso, del richiamo dialettico a un tipo di esistenza cosciente di ogni mistificatorio totalitarismo. L’apertura del messaggio è, così, un’apertura che “si tocca” in quanto “si toccano” i limiti reali dell’arte, i quali per questo rimandano ad altre sfere esistenziali: non più importanti, ma altre, complementari e indispensabili perché l’arte stessa abbia la sua “consistenza”. Una morsa dialettica dalla quale non ci si libera: la posizione di Straub è morale perché non permette la fuga dell’Arte di fronte a certi temi, a certi problemi. Il regista li affronta di petto, sul piano della riflessione. I sentimenti non sono rappresentati, ma detti, presentati in forma dialettica dai personaggi, in modo da non condizionarne emozionalmente la fruizione e, anzi, per essere il riferimento, il tramite ideologico verso il piano più concreto dell’esistenza. “Ogni personaggio non è che coscienza-verbo incarnata”, dice lo stesso Straub. Nasce e si sviluppa una chiara tendenza ad armonizzare le strutture “produttive” dell’individuo (regista) con le stretture della realtà-storia, quale un tessuto semiotico può trasmetterci. La fronte di Nicht Versöhnt è la fronte di una coscienza aperta e sicura di quella “consistenza” (unica possibile) dell’uomo che si chiama relazione.

La poesia c’è. Si sprigiona nella sua fase più discorsiva dalle parole del vecchio Heinrich: “Io ridevo delle vostre congiure fanciullesche, ma il riso mi rimase a mezzo gola quando lessi che avevano ammazzato quel ragazzo. E più tardi seppi che quello era stato un fatto quasi umano”. Caliamo in un’agghiacciante (in senso ideologico) prospettiva storica, dalla coscienza della quale nascono le parole del nipote Joseph sul padre (Robert): “Io stesso non lo capisco ancora. Forse potrò spiegartelo più tardi”. Incontro-scontro di generazioni? Continuità, piuttosto, di una condizione equivoca, la quale, dall’anticomunismo della gente perbene (“Fedeltà, onore, persona come si deve”) condusse al nazismo di quelli che avrebbero consegnato al boia la loro madre (“Il potere usato contro i compagni di scuola paurosi, contro passanti che salutavano la bandiera”), alla colpevole incoscienza dei “bevitori di birra”, dei “guardiani della legge”, di tutti quelli che si svegliarono solo quando si accorsero che “a far passare un pacchetto di denaro, avvolto in carta di giornale, da una mano all’altra” si rischiava la vita; e all’opportunismo di oggi, da cui non ci salva certo una ben identificata opposizione “di sinistra”. Di fronte a questa continuità, non bastano venti anni di separazione per far riconciliare Schrella con l’ex compagno di scuola nazista. La presenza di questi, anzi, definisce più precisamente la crisi di chi, tornato dal carcere sui luoghi della giovinezza, non trova la forza di reinserirsi nella realtà di una Germania non migliore di un tempo. E non basta tirarsi fuori istericamente, come fa Robert, radendo al suolo ogni testimonianza tangibile di ciò che si vorrebbe dimenticato e magari adittando per sentimentalismo un punto di vista marziano. Non basta nemmeno sparare, come fa Johanna, direttamente sul nemico, se nel momento in cui si spara si fa affidamento sul “paragrafo 151”. Il tempo è uno, la non-riconciliazione dovrà essere permanente.

La non-riconciliazione di Straub è nella posizione rivoluzionaria della sua intelligenza cinematografica. Tutto, in questo Nicht Versöhnt come negli altri suoi film, è in funzione conoscitiva, antipsicologistica (es.: l’uso del flash-back); tutto è in favore della libertà dialettica dei personaggi e delle situazioni (oggettività inespressiva dell’inquadratura); tutto è contro le mistificazioni pornografiche di certo cinema internazionale, anche “impegnato”.

 


Franco Pecori, La non riconciliazione permanente, in Filmcritica 204-205, febbraio-marzo 1970


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1 febbraio 1970