La complessità del senso
27 03 2019

Captain Marvel

Captain Marvel
Regia Anna Boden, Ryan Fleck, 2019
Sceneggiatura Anna Boden, Liz Flahive, Ryan Fleck, Meg LeFauve, Carly Mensch, Nicole Perlman, Geneva Robertson-Dworet
Fotografia Ben Davis
Attori Brie Larson, Samuel L. Jackson, Jude Law, Lee Pace, McKenna Grace, Ben Mendelsohn, Gemma Chan, Clark Gregg, Djimon Hounsou, Kenneth Mitchell, Lashana Lynch, Rune Temte, Damon O’Daniel, Algenis Perez Soto.

Dal naso di Carol Danvers (Brie Larson, Oscar 2016 per Room di Leonard Abrahamson) esce sangue verde/blu, dalle sue braccia partono raffiche di fotoni. La donna (solo una donna?) è scattante, ha l’aria di una nata per vincere, un dubbio sulla possibilità che non gliela possa fare non ci sfiorerà. Ci appassioniamo, invece, alla sola idea che Carol abbia in sé, insieme alla sua bellezza, anche la capacità strabiliante di dar vita, lei che di pilotaggio militare ne sa, a un’energia con cui si possa ottenere la velocità della luce. Se questa non è l’immagine di un’eroina destinata a tenere testa e a vincere contro i più potenti eroi dell’universo, conviene rassegnarsi alle normali storie “tratte da una storia vera”. E però è da vedere se il gioco vale la candela, giacché saremo comunque nella dimensione narrativa, frutto dell’immaginazione la cui radice è nella storia: nella storia “nostra”, l’unica che possiamo conoscere e quindi raccontare. Storia “vera”, dunque. È questa, crediamo, la ragione per cui, in sostanza, il comportamento “supereroico” di certi personaggi fantascientifici finisca pur sempre per restare nella cifra risaputa degli esseri “umani”. Una mossa di lotta orientale con efficacia fulminea e definitiva, un gancio alla mascella bruciante come un cortocircuito sperimentale, una pallottola a distanza siderale e via dicendo – ma pur sempre “dicendo”, raccontando, rappresentando un mondo figlio del nostro mondo, delle nostre immagini. È questa la ragione principale per cui i giovani spettatori (giovani o giovanissimi all’anagrafe o eterni bambini nel contesto allargato) riescono a di-vertirsi nella piena accettazione implicita della finzione. E a proposito di storia, è appunto questo il momento per affidare (forse anche con un certo ritardo) il ruolo di protagonista Marvel a una donna. Il passaggio non è semplice, come in ogni tracciato fumettistico che si rispetti. Ma si può anche restare fuori dalla stretta genealogia e prendere per buono il dato di fatto. Lasciamo stare il mitico 1968, anno di nascita del primo Captain Mar-Vel, vi aiuterà se mai nella rimembranza il volto di Jude Law, messo lì apposta per rendervi la vita meno misteriosa. Ora l’importante è che Carol raggiunga presto l’obbiettivo (suo, ma della storia) di salire al piano più alto. Saltiamo al 1995, punto centrale, propulsivo (questo siamo noi a dirlo) dell’implosione nell’incultura della cancellazione e nel trionfo del manierismo risarcitorio. Carol ha mancanza di memoria, dovrà acquisire strada facendo la coscienza della propria radice. Forse ha partecipato alla guerra tra i Kree e gli Skrull (non occorre essere esperti, l’importante sarà stato combattere). Le darà una mano Nick Fury (Samuel L. Jackson). Fondamentale sembra il cambio di dimensione – diciamo sembra perché non potremo (come potremmo?) uscir davvero fuori dal “nostro” mondo -: Carol entra a far parte della cerchia intergalattica dei Kree e così può rinnovare la propria visione delle cose, può tornare a occuparsi con nuova consapevolezza della pericolosità degli Skrull sulla Terra. Sono loro i cattivi, mutano forma per uno scopo inconfessabile? Non resta che riflettere. Il loro leader, Tolos (Ben Mendelsohn), è la dimostrazione del potere insito nel trasformismo occulto.  Ora l’importante è che Carol, umana a metà, appartenga ai Kree, alieni d’élite, potenti e intelligenti; e che sia spesso rintracciabile in lei la quota umana che la renda ai nostri occhi persona a tutto tondo, in possesso delle migliori qualità desumibili dall’immaginario collettivo: forza, bellezza, sensibilità, spirito critico. La svolta al femminile (al femminismo?) di casa Marvel è rafforzata anche dalla regia, affidata a una donna, sia pure in coppia con Ryan Fleck (entrambi, moglie e marito, provenienti dal cinema indipendente). Il film non dà mai l’impressione di essere semplicemente il risultato di un “compito” svolto con cura, trasmette bensì un invito alla partecipazione emotiva e umoristica, non è privo di rimandi ideali senza con ciò influenzare più di tanto le simpatie dello spettatore per i diversi risvolti della vicenda. Apprezzabile anche la lucidità critica del disegno scenografico (Andy Nicholson) e del tono “notturno” della fotografia (Ben Davis). Nel complesso, prevale una leggerezza non sgradita, in un contesto di spionaggio antiterroristico (lo S.H.I.E.L.D. Strategic Hazard Intervention, Espionage and Logistics Directorate), referente per lo sviluppo dei Marvel Comics.

Franco Pecori

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6 marzo 2019