La complessità del senso
19 11 2017

Borg McEnroe

Borg/McEnroe
Regia Janus Metz Pedersen, 2017
Sceneggiatura Ronnie Sandahl
Fotografia Niels Thastum
Attori Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, David Bamber, Jane Perry, Claes Ljungmark, Robert Emms, Janis Ahern, Demetri Goritsas, Jackson Gann.
Premi Festa del Cinema di Roma 2017: Premio del Pubblico BNL

Elogio del tennis, sport specchio della vita come del resto ogni altro sport e non solo nei momenti di qualità tecnica più alta. Al culmine della sua carriera – 4 vittorie del torneo di Wimbledon – lo svedese Björn Borg (Sverrir Gudnason) affronta nel 1980 la quinta finale. Stavolta ha di fronte l’americano John McEnroe (Shia LaBeouf) e sarà una partita che entrerà nel mito. Vedremo tutto quell’incontro, sintetizzato a dovere con un montaggio che ne rende l’intensità e il ritmo mentre dà spazio al commento dei cronisti sportivi di allora. Sugli spalti gremiti il pubblico preferisce Borg, il comportamento “esuberante” di McEnroe è considerato non consono al necessario contegno di uno sport “signorile”. Il regista danese Janus Metz Pedersen vuole indagare la qualità umana dei due eroi, soprattutto dello svedese, allora ventiquattrenne, il quale aveva sorpreso il mondo del tennis già al suo esordio in Coppa Davis a soli 15 anni, spinto da Lennart Bergelin (Stellan Skarsgård), suo allenatore e prezioso consigliere per il resto dell’attività – “Un punto alla volta”, raccomandava, “è questione di testa”. Vediamo Borg ragazzino allenarsi battendo la palla contro la porta di un garage e lo vediamo accanto alla futura moglie, Mariana Simionescu (Tuva Novotny), donna riflessiva che non trascura di mantenere in trasparenza tra sé e Björn un atteggiamento cosciente verso i condizionamenti della grande macchina pubblicitaria e i relativi pericoli per la libertà della coppia. Parte non trascurabile del film è la dimensione “interiore” del personaggio, con le sue tensioni e la sua sofferta “indifferenza”. Borg è tutt’altro che di ghiaccio, è “un vulcano che si tiene tutto dentro”. La regia riesce bene a darci la dimensione umana dello stress sportivo nel mondo contemporaneo (gli anni ’70-’80 sono il periodo di riferimento principale). Le ragazze urlano e chiedono autografi, le racchette da accordare, la concentrazione da mantenere, ma comunque senza perdere la coscienza di un mondo “normale” che pure esiste ed è lì, a sfidare il campione, a domandargli se per caso saprebbe anche fare altro nella vita, magari l’elettricista – divertente un siparietto che non raccontiamo. Sull’altro piatto della bilancia c’è John McEnroe, “quello che non piace a nessuno”, il campo di Wimbledon mette l’uno di fronte all’altro il “gentiluomo” e il “ribelle”. John gesticola e sbraita contro i giudici che sbagliano il “fuori” e il “dentro” e si rivolge alle gradinate provocandone la reazione. Il personaggio dell’americano, il mancino che ti fulmina sotto rete, il ragazzo esuberante (ha cominciato anch’egli giovanissimo, a 17 anni) che porta nel tennis un’aria di sfida provocatoria, si presenta – come dire – da sé, il regista lo consegna allo spettatore senza troppe sfumature “interiori”. La sfida si compie. E dal campo di tennis emerge in controluce l’immagine provvisoria di un mondo “avanzato” che cambia pelle, prende forza d’impatto, alza la voce, nonostante un ultimo, vano,  tentativo di resistenza (Borg) all’irresistibile, un po’ arrogante quanto “simpatica”, invasione di una nuova spettacolare dimensione competitiva, irriverente e comunicativa. Quel giorno a Winbleton la partita fu importante. Il merito di Janus Metz Pedersen è di non averlo “detto”. Oggi, i cinesi e gli arabi nel calcio propongono forse un altro passaggio storico [Festa del Cinema di Roma 2017, Selezione Ufficiale].

Franco Pecori

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9 novembre 2017