La complessità del senso
17 12 2017

Need for Speed

film_needforspeedNeed for Speed
Regia Scott Waugh, 2014
Sceneggiatura George Gatins
Fotografia Shane Hurlbut
Attori Aaron Paul, Dominic Cooper, Imogen Poots, Scott Mescudi, Rami Malek, Ramon Rodriguez, Harrison Gilbertson, Dakota Johnson, Stevie Ray Dallimore, Michael Keaton, Logan Holladay, Carmela Zumbado, Jalil Jay Lynch, Nick Chinlund, Chad Randall, Rich Rutherford, Tony Brakohiapa, Brent Fletcher, Paul Dallenbach, Jacki Hili.

Le corse clandestine di auto truccate, sulle strade del traffico normale andando a velocità folle anche contromano, sono un gioco perverso, frutto di un malessere socio-antropologico la cui cura comporterebbe una sorta di rifacimento progettuale al limite dell’inimmaginabile. Da cui l’insistere, con vasto successo, nella trasformazione in videogioco di ciò che, sul piano “reale”, non potrebbe certo essere una pacifica normalità. L’impatto sostitutivo della velocità tecnologica sull’abilità della guida orizzontalizza la qualità del pilota e conquista il fruitore in un’estensione immaginaria risarcitoriale parzialmente utile alla sopravvivenza nel “dolore”. Il dolore è dell’esistenza in un mondo solo apparentemente dinamico, ma invece più che bloccato e diremmo semiparalizzato nel proprio contorcimento prospettico. Inutile approfondire qui il concetto di crisi globale. Entro tale orizzonte, efficace per il di-vertimento la rappresentazione cinematografica del gioco (Electronic Arts / Dreamworks Skg), dove la sfida per il regista è la miniscalata dal livello riproduttivo/meccanico alla condizione semi-umana della corsa in qualche modo anche sentimentale. Per sentimento intendasi qui la risultanza tra l’emozione della gara verso il traguardo e il modo della memoria che nei concorrenti tende, almeno in alcuni, a riappropriarsi del congegno morale sottostante alla gara stessa. La necessità della velocità si sposa in Tobey Marshall (Aaron Paul) con l’istanza del riscatto sulla malvagità del rivale, nemico etico da sempre, sia nel concorso affettivo in rapporto alle donne sia nel mezzo tecnico utilizzato per vincere. La guida dell’auto, fascino delle marche, forme e colori, rumori/concerto dei motori in ripresa, sfida alla dinamica dei sorpassi e alle tensioni dei calcoli distruttivi, la guida è simbolo di una conduzione/condizione più ampia, che comprende e dà forma alle scelte di vita, sia pure all’interno di una prigionia condizionante che risponde alla legge del prevalere. La regia di Scott Waugh ha il merito di non sottolineare il valore metaforico, che pure esiste e al dunque si rivela basico, della gara; e di mantenere invece lo spettacolo sul piano non-evolutivo, in una direzione “eterna”, statica e prevedibile, all’interno della quale lo spettatore può godere delle meravigliose abilità dei singoli (donne comprese), nei diversi settori richiesti e nelle evoluzioni prevedibili quanto strabilianti. Il fatto che il protagonista sia anche il vincitore di due premi televisivi per la serie Breaking Bad non fa che rafforzare l’idea del dominio spesso assoluto della congettura elettronica sul panorama immaginario delle generazioni attuali. Godiamoci pure il duello tra il meccanico “gentiluomo” Tobey Marshall e l’arrogante e avido di successo Dino Brewster (Dominic Cooper). Vuoi vedere che la vita è un videogioco e che il mondo è un doppio, targato Mustang e Lamborghini?

Franco Pecori

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13 marzo 2014