La complessità del senso
17 12 2018

Mio figlio

Mon garçon
Regia Christian Carion, 2017
Sceneggiatura Christian Carion, Laure Irrmann
Fotografia Éric Dumont
Attori Guillaume Canet, Mélanie Laurent, Olivier De Benoist, Antoine Hamel, Mohamed Brikart, Lino Papa, Marc Robert, Pierre Langlois, Tristan Pagès, Christophe Rossignon, Pierre Desmaret.

“Se fossimo stati ancora insieme non sarebbe successo”. Julien (Guillaume Canet) e Marie (Mélanie Laurent) sono separati. Il marito ha voluto privilegiare il proprio lavoro di geologo che lo porta a seguire percorsi “ad alto rischio” nelle zone pericolose del mondo. Mentre Julien è via, Marie riceve la terribile notizia che il loro figliolo di sette anni, Mathys (Lino Papa), è scomparso. Il bambino era andato di malavoglia in un campeggio montano, da qualche tempo mostrava di soffrire per l’assenza del padre. Marie avverte disperata Julien, la telefonata è drammatica, il paesaggio innevato del Vercors (Prealpi francesi) si trasforma in uno scenario misterioso. Si tratta di una fuga? Mathys ha voluto dare un segnale ai genitori? Presto gli indizi concreti portano invece a supporre un rapimento. Julien torna a casa e si lancia a capofitto nella ricerca del figlio. Scopre che il nuovo compagno di Marie non è certo un uomo che possa dare a Mathys un minimo di affetto e sente riemergere in sé la coscienza paterna. E siamo in pieno thriller. Christian Carion, regista attento alla “umanità” delle storie (Una rondine fa primavera 2000, Joyeux Noël – Una verità dimenticata dalla storia 2005), ha girato il film in soli sei giorni, ha chiesto a Éric Dumont molta macchina a mano. Il direttore della fotografia non si è fatto pregare, aggiungendo le vecchie ottiche degli anni ’70. Entrambi hanno avuto in testa – dice lo stesso Carion – lo stile di Michael Mann e in particolare la rapidità e la “rabbia” trasmessa in Insider (1999) da Al Pacino e Russell Crowe. Canet è bravo a immedesimarsi nel ruolo. Andando a tratti anche oltre la semplice interpretazione, scarica sulla banda di rapitori – c’è di mezzo un oscuro traffico di esseri umani, in questo caso bambini – la disperazione di un padre ferito nei sentimenti più autentici. Le sequenze che definiscono il “contatto” risolutivo occupano forse uno spazio un po’ largo in funzione di una quota di “spettacolo” non strettamente necessaria, resta tuttavia evidente il peso decisivo del tema paterno. Ne è dimostrazione la chiusura del film, dove le cose tornano al loro posto, non solo in termini di giustizia e legalità bensì dal lato della composizione tradizionale della famiglia. Julien è andato “oltre” e sconterà una pena, ma il tempo della “separazione” è comunque finito. Ritrovare il figlio è stato soprattutto ritrovarsi padre. [Festa del Cinema di Roma, 2017]

Franco  Pecori

 

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27 settembre 2018