La complessità del senso
18 12 2017

Quel bravo ragazzo

film_quelbravoragazzoQuel bravo ragazzo
Regia Enrico Lando, 2016
Sceneggiatura Gianluca Ansanelli, Andrea Agnello, Luigi Luciano, Ciro Zecca, Enrico Lando
Fotografia Massimo Schiavon
Attori Luigi Luciano, Tony Sperandeo, Enrico Lo Verso, Daniela Virgilio, Ninni Bruschetta, Giampaolo Morelli, Beniamino Marcone, Lucia Di Franco, Marcello Macchia, Enrico Venti, Luigi Maria Burruano, Jordi Mollà.

Mica tanto scemo, quel ragazzo. Cresciuto in parrocchia da chierichetto, abituato a trattare con i bambini, ingenuo su tutto come se il mondo non fosse che una fiaba, Leone (Luigi Luciano, in arte Herbert Ballerina), mette la sua ingenuità al servizio di tutti noi, riesce a convincere i mafiosi – non solo i capi ma anche i poveretti paesanotti che bene o male fanno parte della grande famiglia o che comunque ne subiscono la presenza – di quanto non valga la pena di non-vivere e di rischiare anche una pallottola in fronte pur di restare passivamente all’interno di quel sistema perverso.  In fondo, è qualcosa che può capire anche uno “scemo”. Leone viene a sapere di essere figlio naturale di Don Ferdinando Cosimato (Luigi Maria Burruano) e il boss, prima di morire, lo nomina suo successore. L’avvocato Enrico Greco (Ninni Bruschetta) continuerà a curare gli affari dell’organizzazione e, insieme ai due “angeli custodi” di sempre, Vito Mancuso (Tony Sperandeo) e Salvo La Mantia (Enrico Lo Verso) – figure arciriconoscibili nel ruolo, con la variazione di un La Mantia vegetariano -,  si preoccuperà di adeguare rapidamente il giovane alla posizione assegnatagli dalla sorte. La polizia segue a distanza, pronta a cogliere al balzo ogni occasione per intervenire, nella squadra c’è pure Sonia, ragazza quasi-figlia-di-Maria (Daniela Virgilio), propensa a fare da “sorella/madre/amica” (fidanzata è troppo) al candido apprendista mafioso. Il nodo della vicenda sta nel fatto che Leone non capisce il codice mafioso e, da parte sua, non è nemmeno in grado di utilizzare il sistema di valori della vita “normale”, vissuto com’è finora nell’ambito protettivo del parroco Don Isidoro (Marcello Macchia). La frizione sistematica dei due piani di linguaggio e comportamento, candido/infantile e allusivo/spietato è sostanza della comicità. Il regista Enrico Lando (I soliti idioti 2011, Amici come noi 2014) utilizza in piena coscienza professionale l’elastico “sapienza-involontaria/consapevolezza insipiente”, confezionando una buona torta per la pasticceria di Checco Zalone, frequentata anche dal bravo sperimentatore di bigné degradati ma gustosissimi (l’Italiano medio col 2% di cervello in funzione), Macchia/Maccio. Insomma, una lezione di vita come ce la meritiamo. Guai a non divertirsi. Soltanto un’osservazione: per poter leggere il libro della vita attuale, quella più vicina a noi, non è necessario sillabare ogni parola. 

Franco Pecori

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17 novembre 2016