La complessità del senso
28 06 2017

Predestination

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Regia Peter & Michael Spierig, 2014
Sceneggiatura Peter & Michael Spierig
Fotografia Ben Nott
Attori Ethan Hawke, Sarah Snook, Noah Taylor, Christopher Kirby, Madeleine West, Feya Stafford, Christopher Bunworth, Elise Jansen, Tyler Coppin, Christopher Stollery, Alexis Fernandez, Ben Prendergast, Dennis Coard.

Il tempo, il sesso, il crimine. 1945-1993, ma gli anni e i periodi – «sono otto film in uno», ha detto il direttore della fotografia, Ben Nott, per sottolineare il tipo di lavoro che ha dovuto fare puntando l’obbiettivo in epoche diverse tra loro su personaggi la cui identità era tanto incisa nel singolo momento vissuto quanto sfumata, astratta e misteriosa nella drammatica linea di demarcazione che ne distingue il possibile destino – prendono e lasciano ripetutamente il contorno riconoscibile della storia per assumere il valore di fluidità necessaria, di chiave interpretativa della vita dei protagonisti e di causa/effetto oscurante della loro salvezza. Si viene invasi, dallo schermo alla platea, da quel vago senso di incertezza, di instabilità che proviamo quotidianamente, in funzione della nostra individuale sensibilità e insieme di storica presenza, per cui, specie nei momenti più circoscritti e definiti (paradosso), ci troviamo a specchiarci nel dato inqualificabile della nostra  trasformazione esistenziale, produttrice di ansia. E se anche a noi qualcuno facesse del male e sfuggisse al nostro controllo lasciandosi dietro la scia definitiva di un ultimo crimine, irrimediabile? Se un barista (Ethan Hawke), una notte, soffrendo di solitudine, trovasse compagnia dialettica nel cliente che gli sta di fronte (Sarah Snook) e che vuole scommettere una bottiglia sul valore straordinario, unico, della storia che saprà raccontare? E se la storia fosse così incredibilmente coinvolgente da ridefinire fino in fondo il senso dell’esistenza, del pericolo, del sentimento, della coscienza dei due, di chi racconta e di chi ascolta?  Un uomo o una donna. Il narratore ha una voce strana e uno sguardo quasi dolce, seppure di ghiaccio. Il barista la sa lunga su certi poteri tecno-avanzati, su certi strumenti che fanno saltare il tempo, in avanti e indietro, sembrerebbe per acciuffare il crimine, per prevenirne i disegni. Minority Report diventa una bazzecola. All’inizio si intravede un senso lineare, un criminale da inseguire in un’ultima missione. L’Agente Temporale è consapevole dei mezzi che viene sollecitato a usare e dei rischi che dovrà correre nell’usarli. Dovrà stare attento a non esagerare nei viaggi istantanei che lo proietteranno nei decenni. Alcune parole indicano il livello di tale coscienza: «Forse possiamo dire che ci siamo nati in questo lavoro». Che ne sarà di lui stesso? Certo è che la storia di quella ex ragazza lì davanti a lui, nata con due apparati sessuali, uno femminile e l’altro maschile, nel proprio corpo e obbligata per ragioni oscure a estroflettersi – per così dire -, non contribuisce ad allentare la tensione narrativa, le ore si allungano, i sentimenti si mischiano. Qual’è il crimine da prevenire, quali sono i contorni dell’azione, così sfuggenti per via della mutevolezza del tempo, c’è il rischio che anche i ruoli siano mutevoli e non resti che un gioco di specchi, metafora della vita, di un’esistenza profonda non del tutto controllabile. Non possiamo qui andare oltre, soltanto diciamo del merito dei due registi australiani, gemelli, di non aver oltrepassato il limite dell’azione, fantascienza o thriller che fosse lo spazio narrativo, e di non aver aperto la porta a una prospettiva psicologica che inevitabilmente avrebbe chiuso il film in una cella di prevedibili banalità. 

Franco Pecori

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1 luglio 2015