La complessità del senso
26 05 2018

Disaster Artist

Disaster Artist
Regia James Franco, 2017
Sceneggiatura Scott Neustadter, Michael H. Weber
Fotografia Brandon Trost
Attori Dave Franco, James Franco, Seth Rogen, Alison Brie, Josh Hutcherson, Jacki Weaver, Paul Scheer, Zac Efron, June Diane Raphael, Megan Mullally, Jason Mantzoukas, Andrew Santino, Nathan Fielder, Joe Mande, Sharon Stone, Melanie Griffith, Hannibal Buress, Charlyne Yi, Lauren Ash, Brian Huskey, Megan Ferguson, Tommy Wiseau, Tom Franco, Zoey Deutch, J.J. Abrams, Kristen Bell, Lizzy Caplan, Keegan-Michael Key, Angelyne, Ike Barinholtz, Kevin Smith, Adam Scott, Danny McBride.
Premi Golden Globe 2018: James Franco at.

Il regista Tommy Wiseau puntava agli Oscar, ma pagò per mantenere il suo film The Room in programmazione per due settimane. Era il 2003, l’incasso fu di 1800 dollari. Non si seppe mai da dove venissero i milioni spesi per la realizzazione. Fatto sta che il film divenne oggetto di culto. Ora James Franco (Dreams 2012, In Dubious Battle – Il coraggio degli ultimi 2015) avverte che in Disaster Artist si racconta una “storia vera”. Oggetto di culto, storia vera.. Quando si usano certi modi di dire si mette in gioco una montagna di pertinenze, talmente composita, da giustificare la definizione di metafora morta, del tipo: le gambe del tavolino. Si può fare poesia, arte, utilizzando metodi e mezzi espressivi, diciamo così, inermi? Si può fare. Ogni espressione, ogni segno, ha diritto a ricontestualizzarsi e produrre nuovo senso, il cui valore estetico e dunque culturale dipenderà dai nuovi/altri contesti e dalle nuove/altre letture. The Room si prestò a essere definito il “peggior film della storia del cinema”. Ma intanto parliamo di Storia del Cinema e perciò parliamo di Hollywood. Non è mai stato facile affermarsi a Hollywood, la macchina fu sempre infernale. E non è stato mai facile attingere all’universale (minuscolo) deposito dei segni e delle idee, trasformando il già detto (che altro?) in novità, o comunque in un prodotto della creatività. Non potremmo nemmeno parlare dei generi. Perciò è inevitabile che Tommy (James Franco), il disastroso protagonista che il James Franco regista prende in cura affidandolo a Greg (Dave Franco), giovane amico incontrato a San Francisco verso la fine degli anni ’90, attinga al bagaglio di cui è in possesso nel tentativo di affermarsi come attore (oh Shakespeare!) e poi come regista in proprio. In mancanza di proposte, tutte le porte di Hollywood mantenendosi chiuse, Tommy trascina Greg nell’avventura di fare un film autoprodotto, con se stesso dietro e davanti alla cinepresa. Le idee, vengono dagli stereotipi del Cinema. E La stessa possibilità/capacità di riderci su costituisce appunto il risarcimento per coloro i quali, amando il cinema, se ne fanno scudo contro l’aggressione del “reale”. Insomma – ecco il risvolto -, c’è poco da ridere, ciascun film può essere, al suo livello, il più brutto. Il racconto di James Franco – dal libro The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made, di Greg Sestero e Tom Bissel – può anche non piacere come può non piace la Gioconda di Leonardo perché poco somigliante a Michelle Hunziker. Il Greg del film parte con Tommy alla volta di Los Angeles avendo in mente Mamma ho perso l’aereo e Gioventù bruciata. Tutto bene. E quando alla fine The Room suscita grandi risate di scherno nella platea degli invitati alla “prima” (Tommy ha scelto di arrivare a bordo di una limousine bianca di lunghezza infinita) – ci sono anche tutti coloro che hanno lavorato nel film – Greg consola l’amico osservando che “Stanno solo ridendo, quante volte Hitchcock ha avuto un’accoglienza simile?”. Problemi seri e difficili. Per fortuna c’è Tarantino.

Franco Pecori

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22 febbraio 2018