La complessità del senso
19 11 2017

The Square

The Square
Regia Ruben Östlund, 2017
Sceneggiatura Ruben Östlund
Fotografia Fredrik Wenzel
Attori Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Christopher Laessø, Marina Schiptjenko, Elijandro Edouard, Daniel Hallberg, Martin Sööder.
Premi Cannes 2017: Palma d’Oro.

Il problema dell’Arte Contemporanea – buffa definizione per l’arte di un tempo presente, mentre presente e storia si danno comunque sempre la mano – è di farsi capire dai non specialisti. Ma un Caravaggio o un Pier Della Francesca sono più comprensibili di un Pollock? La “lettura” delle opere sembra farsi più ardua quando dalle tecniche artistiche consolidate nei secoli si passa all’uso di materiali “altri” e di “gesti” inconsueti, per esempio le “installazioni”, o comunque quando si ri-utilizzano oggetti della vita comune, una sedia, un bidet, un sacco di carbone, un pannello di polistirolo, o qualsiasi altra “cosa” reperibile e trasferibile, ricollocandola in un contesto nuovo rispetto alla sua “nascita” e al suo “destino” antropologico e culturale. Diciamo che il sorriso o anche la risata e lo sberleffo del fruitore di fronte alle opere esposte in un museo di Arte Contemporanea possono essere manifestazioni di nervosismo dovuto a spaesamento. Da una simile base di malessere referenziale parte la voglia del protagonista di The Square, Christian (Claes Bang), il quale svolge con passione l’incarico di conservatore di un museo appunto d’arte contemporanea, a Stoccolma. Divorziato, Chistian ha due figlie in età scolare, e sente verso di loro come verso la società in generale il problema di rafforzare una funzione essenziale dell’arte, la spinta all’altruismo e alla condivisione in un contesto troppo spesso segnato da indifferenza ed egoismo. Con tale spirito il conservatore del museo sta preparando un’installazione chiamata “The Square”: un quadrato al centro della piazza su cui affaccia la grande architettura museale. Vi si leggerà l’iscrizione: “Il quadrato è un santuario di fiducia e amore, entro i cui confini tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri”. Insomma, una gran voglia di ricordare alle persone insieme alle quali si vive almeno un principio base di rispetto reciproco. Ma non è facile vivere insieme. Può bastare un fastidio anche molto circoscritto e non grave a far scattare reazioni esagerate. A Christian qualcuno ruba il telefono cellulare. L’incidente gli accade proprio mentre un’importante agenzia pubblicitaria sta preparando la campagna di lancio dell’installazione/evento e la reazione di Christian al furto del suo telefono va a intrecciarsi con le leggi interne al tipo di comunicazione da controllare in funzione del target da colpire secondo la più efficace strategia mediatica. Si mescolano in modo inopportuno codici diversi e implicativi di pertinenze non omogenee. C’è il piano morale entro cui reagire rispetto al “torto” subito da ignoti e c’è il coinvolgimento, che non può essere soltanto emotivo, nel quadro di un “lavoro” il cui senso sociale, culturale e politico non è certo trascurabile. Su questa filosofia si articolano le invenzioni di sceneggiatura, coinvolgenti per arguzia e tratto simpatico, seppure dilatate a tratti nell’articolazione fino al rischio della pretestuosità. Christian s’inventa un gesto che, tecnicamente corretto, risulterà invece insopportabilmente provocatorio e invasivo verso gli abitanti del caseggiato che egli crede di aver individuato come possibile abitazione del “ladro”. Finirà per esserne coinvolto un bambino, il quale non accetterà di venir sospettato e si ribellerà con estrema decisione. Ne verrà fuori, almeno, un invito perentorio all’attenzione verso il con-testo per ogni occasione di vita insieme. Le “disattenzioni”, di linguaggio e di comportamento, possono avere conseguenze pesanti. Al quarto lungometraggio, lo svedese Ruben Östlund ha già dato prova di capacità implicative per un discorso di osservazione critica della società in cui vive – giovani, famiglia e oltre (Play 2011, Forza maggiore 2014, Premio della Giuria di Un certain regard, a Cannes). E qui il regista conferma anche una raffinata propensione all’ironia, pur con qualche eccesso “teatrale”, come nella performance dell’Uomo Primitivo (Terry Notary) durante il pranzo pubblicitario per consacrare l’idea dei pubblicitari. Il finale “buonista” nulla toglie alla durezza obiettiva del problema centrale: società, giustizia, comunicazione.

Franco Pecori

 

 

Print Friendly

9 novembre 2017