La complessità del senso
18 10 2017

TIR

film_tirTIR
Regia Alberto Fasulo, 2013
Sceneggiatura Alberto Fasulo, Enrico Vecchi, Carlo Arciero, Branko Zavrsan
Fotografia Alberto Fasulo
Attori Branko Završan, Lu?ka Po?kja, Marijan Šestak
Premi Roma 2013, Marc’Aurelio d’Oro: Film.

“Ho lasciato casa mia per finire qui, fermo ad aspettare”. La vita del camionista, sull’autostrada, comporta spesso anche soste impreviste oltre a quelle regolamentari e cadenzate in base alle ore di guida. Alberto Fasulo, documentarista friulano al suo secondo lungometraggio – ma stavolta è l’elemento “finzione” a proporsi come chiave principale di lettura – entra nella cabina del Tir e si mette in viaggio insieme al conduttore Branko Završan e all’altro che fa coppia con Branko, Lucka Pockja. Migliaia di chilometri attraverso l’Europa in una sorta di casa mobile, dove si mangia, si dorme, si fa toilette e, in certi momenti, ci si rilassa perfino sull’amaca, aspettando che dalla centrale si decidano a comunicare il seguito del percorso, luoghi e tempi e cose da fare. Quando diciamo finzione non vogliamo dire che nel film vi siano “fantasie” o comunque fughe nell’immaginario. Il fatto è che Fasulo coglie i momenti non solo tecnici (guidare un “bestione” della strada è meno semplice di quanto si pensi) ma anche e soprattutto il lato esistenziale di questi lavoratori, straniati dalla vita di famiglia (poetiche le telefonate di Branko alla moglie) e indotti magari a scelte lavorative tutt’altro che rispondenti alle vocazioni di partenza – Branko è insegnante, ma ora guadagna tre volte di più rispetto alla scuola. Di per sé, nulla di straordinario, il valore del film è nella forma (non è una parolaccia), il suono in diretta ci entra nell’orecchio e restiamo immersi nel paesaggio autostradale, le immagini scorrono insieme al Tir, scandite da un montaggio non monotono e rispettoso del grado informativo delle inquadrature. Il Tir finisce per avere un’anima oltre che un corpo, lo stesso corpo e la stessa anima dei conduttori. Si viaggia e si lavora insieme a loro, in un’Europa vicina e lontana, dai tratti controllati elettronicamente, con le schede che segnano punto per punto e minuto per minuto il procedere dei camionisti. Di stereotipi nemmeno l’ombra. Si avverte il sentimento di una lontananza forzata, di una “prigionia” non-stanziale, in cui veniamo trascinati in nome del viaggio delle merci, spostamento/alienazione non misurabile con i chilometri segnalati dal display sul cruscotto. Importante segnale di riscatto dal dominio della commedia, film come questo hanno anche un significato forse strategico sul piano di una nuova creatività, vicina a noi ma non tanto da essere “doppia” rispetto al già saputo. Qualcosa in più del “documentario” e qualcosa in meno (meno male) della “poesia” dilettantesca, frutto di scoperte impressionistiche e  falsamente alternative, che spesso si affaccia sugli schermi festivalieri.

Franco Pecori

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27 febbraio 2014