La complessità del senso
29 06 2017

Virgin Mountain

film_virginmountainVirgin Mountain
Regia Dagur Kári, 2014
Sceneggiatura Dagur Kári
Fotografia Rasmus Videbaek
Attori Gunnar Jónsson, Ilmur Kristjánsdottir, Sigurjón Kjartansson, Franziska Una Dagsdóttir, Margrét Helga Jóhannsdóttir, Arnar Jónsson, Thorir Saemundsson, Ari Matthíasson, Fridrik Fridriksson, Ingunn Jensdóttir.
Premi Tribeca 2015: film, sg, at (Gunnar Jónsson).

Islanda. Fúsi (Gunnar Jónsson), 40 anni, sovrappeso, vive con la madre Fjóla (Margrét Helga Jóhannsdóttir), non ha avuto ancora una ragazza e subisce atteggiamenti aggressivi dai compagni di lavoro. Il vergine “bambino” passa il tempo col modellismo – automobiline radiocomandate e un tavolo dove ricostruisce la battaglia di El Alamein insieme con un amico (Sigurjón Kjartansson) propenso più di lui ad evitare i fastidi del compiacere alle donne. Fúsi resta chiuso in sé, le sue relazioni col mondo sono minime, qualche brano musicale richiesto al dj della radio preferita e una visita il venerdì al solito ristorante. Quando il fidanzato della madre (Arnar Jónsson), un “opportunista” che approfitta della sessualità ancora viva di Fjóla, regala al figlio non cresciuto l’iscrizione a un corso di danza, la vita di Fúsi cambia. Dopo un primo tentennamento, la presenza di Sjöfn (Ilmur Kristjánsdottir) si rivela decisiva. Sembra che la donna sia in grado finalmente di scuotere Fúsi. Timido e incerto, il vergine deve affrontare il passaggio dai giochi innocenti con la bambina vicina di casa – una normalità che a pochi potrà sembrare tale – all’improbabile primo approccio con la compagna di scuola danza. Sjöfn, a sua volta, è tutt’altro che libera da condizionamenti psicologici e la nascente simpatia tra i due rivela problematiche di comportamento non superficiali. Il regista francese (1973) Dagur Kári,  cresciuto in Islanda e formatosi cinematograficamente in Danimarca, conferma la sensibilità per gli aspetti non-narrativi del raccontare, già dimostrata nel film d’esordio Noi Albinoi (2003). Il protagonista di Virgin Mountain è un uomo che trova nella propria corporatura l’ostacolo più ingombrante per la crescita, ma la presenza della mamma costituisce un freno forse ancor più pesante. I due elementi vanno poi a unirsi alla drammatica “indecisione” di Sjöfn, formando un groviglio quasi inestricabile. Gunnar Jónsson è bravissimo a utilizzare dettagli minimi nel rapporto con l’obbiettivo, ciascuno di essi sarebbe vicino al grado zero della significanza se visto fuori dallo stretto contesto filmico. Si va dalla quasi provocatoria povertà di indicazioni forti, che sfiora l’indifferenza espressiva, al massimo dell’emotività compressa/decompressa, realizzata attraverso un amorevole distacco dalla vicenda personale. Tanto che della decisione finale di Fúsi (non riveliamo) siamo per così dire indotti a non tenere conto, mentre la sequenza imbarazzante delle singole situazioni precedenti ci torna alla mente e ci provoca disagio. Una notevole prova di regia della “prigione estetica” detratta da una realtà poco “disponibile”. [Presentato in anteprima mondiale alla Berlinale 2015]

Franco Pecori

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30 marzo 2017