La complessità del senso
17 12 2018

Ippocrate

Hippocrate
Regia Thomas Lilti, 2014
Sceneggiatura Thomas Lilti, Baya Kasmi, Pierre Chausson, Julien Lilti
Fotografia Nicolas Gaurin
Attori Vincent Lacoste, Reda Kateb, Jacques Gamblin, Marianne Denicourt, Félix Moati, Carole Franck, Philippe Rebbot, Julie Brochen, Jeanne Cellard, Thierry Levaret, Zorah Benali, Juliette Aoudia, Juliette Navis, Erwan Laurent.

“Fare il medico non è un mestiere”. La battuta, consapevole e amara, è di Abdel Rezzak (Reda Kateb – Zero Dark Thirty 2012, Django 2017), stagista algerino in una struttura dove fanno le loro prime esperienze altri giovani medici, chiamati ad affrontare un lavoro pesante e formativo. Abdel si rivolge a Benjamin Barois (Vincent Lacoste – Asterix & Obelix al servizio di sua Maestà 2012, Tutti gli uomini di Victoria 2016 ), più giovane di lui e figlio del primario, il prof. Barois (Jacques Gamblin). Ippocrate (2014) esce nelle sale italiane dopo Il medico di campagna (2016) ed è utile anche per una rilettura di quel secondo film, dedicato al seguito di una problematica scientifica, morale e sociale non poco complessa. Prima di passare dietro la macchina da presa, Thomas Lilti ha esercitato la professione del medico e, vedendo ora questa regia d’esordio, possiamo inquadrare ancor meglio la prospettiva ideale entro cui s’inserisce il suo lavoro cinematografico. Prima del tema della progressiva “desertificazione” delle campagne e del conseguente diradamento della presenza dei medici, Lilti ha affrontato il momento della formazione professionale dei giovani che scelgono di dedicarsi alle cure dei pazienti e trascorrono un periodo di pratica, importante e decisivo non solo dal punto di vista tecnico-scientifico ma anche e forse soprattutto per la sostanza morale dell’impegno umano nella società. Un altro stagista, il quale ha scelto la specializzazione in terapia intensiva, si confronta con Benjamin: “È un reparto meno deprimente – gli dice con aria provocatoria -, e se il paziente muore non è colpa tua, se invece vive è tuo il merito”. Secondo Benjamin, “In medicina interna si ha a che fare con i pazienti veri”. La sceneggiatura, stesa in modo chiaro e lineare, mantiene vivo il necessario equilibrio tra suspence del vissuto e problematiche sottostanti alla professione medica. Il titolo richiamante all’insegnamento di Ippocrate non è certo casuale. Specialmente istruttivi sono due casi che Benjamin è chiamato ad affrontare. Sul filo dell’inesperienza, il giovane stagista trascura di eseguire un elettrocardiogramma su un paziente, soprannominato Tsunami dagli stessi operatori della struttura per le difficoltà del comportamento ad ogni ricovero ricorrente. La verità è che la macchina per il test diagnostico non funziona e da tempo il personale ne ha richiesto la sostituzione. Il paziente muore e si crea il problema di “coprire” la mancanza nella cura. Altro caso è quello della signora Richard (Jeanne Cellard), l’anziana trasferita dal reparto ortopedia per mancanza di posti letto. La donna ultraottantenne è stata operata al femore, ma le sue condizioni – cancro in fase terminale – non prevedono per lei lunga vita. Si tratta di alleviarle le sofferenze. La situazione diviene drammatica quando un’infermiera trova la paziente inanimata e richiede l’intervento immediato dell’equipe di rianimazione. Benjamin e Abdel sono al corrente delle sofferenze della donna e, consapevoli della probabilissima inutilità dell’intervento, decidono di interrompere il trattamento. Inevitabile la fase disciplinare. La regia risolve con trasparente coscienza etica e sociologica il quadro problematico, lasciando ai singoli personaggi la propria autonomia drammaturgica e mantenendo altresì la dovuta trasparenza verso la questione più generale dei princìpi organizzativi della medicina pubblica nella società attuale. Il film lascia lo spettatore con un finale aperto, umano e non pessimista, ma certo non privo di istanze critiche né di avvertenze riguardo alla gestione complessiva della materia.

Franco Pecori

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7 giugno 2018