La complessità del senso
06 06 2020

C’era una volta a… Hollywood

Once Upon a Time in Hollywood
Regia Quentin Tarantino, 2019
Sceneggiatura Quentin Tarantino
Fotografia Robert Richardson
Attori Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Mrgaret Qualley, Timothy Olyphant, Julia Butters, Austin Butler, Dakota Fanning, Bruce Dern, Mike Moh, Luke Perry, Damian Lewis, Al Pacino.

Vivere a Hollywood. Una favola. Un problema. Vecchie star incrociano nuovi protagonisti di serie televisive, i mondi si mescolano, si confondono in un’unica scena, fatta di flashback, di vecchia gloria, di inutili aspirazioni, deboli rimpianti e cedevoli disponibilità. Quentin Tarantino continua la sua non-progressione di lavoro da collezione, affidandosi stavolta a due grandi interpretazioni, di Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Rick Dalton (DiCaprio), eroe del western, rischia di vedere la sua carriera concludersi presto e con lui la sua controfigura, lo stunt-man Cliff Booth (Brad Pitt). Studios e dintorni sono la facile occasione di memorie e condivisioni, ricostruzioni più o meno fantastiche e rifacimenti ironici. Non potrà mancare un finale softsarcastico semisorridente, a risarcimento dell’accumulo di citazioni dilungatesi per i 165 minuti del film. Quando tutto sembra crollare sulle stanche membra artistiche del bello e sensibile Dalton, ecco il prezioso e furbo suggerimento di Marvin Shwarz (Al Pacino), il quale ha capito tutto dello spaghetti western (del suo valore di indimenticabile decadenza, pensa forse Tarantino). Gli anni Sessanta sono nel loro fulgore e il viaggio in Italia frutterà quattro film, una moglie italiana e la ricchezza sufficiente per una casa sulla Collina del cinema, lungo una strada privata disseminata di colleghi d’arte, Polanski e Sharon Tate (Margot Robbie) i più vicini. Vedremo un finale a sorpresa, giacché il periodo è precisamente quello del macabro trionfo della Manson Family: “Se sei cresciuto davanti alla tv vuol dire che sei cresciuto guardando omicidi, uccidiamo le persone che ci hanno insegnato a uccidere”. Dunque, tratto da una storia vera? Ma no. Quello di Tarantino è un cinema fatto di cinema fatto. Non nel senso che mai alcun messaggio potrà nascere letteralmente dal nulla, non per un’impossibile estetica, bensì per una poetica e per uno stile che, in altri tempi e in altre situazioni culturali, si chiamò manierismo. Tutto qui. Un cinema, anche “grande” per fattura e composizione e magari anche utile per un nobile esercizio di scuola, ma un cinema senza sentimento. Sentimento non è solo passione – e meno che mai mania – per un materiale da conservare, da collezionare, per un sostanziale egoismo (estetico e morale). Sentimento è rapporto profondo e storico, non è sensazione. Restando all’esercizio, la scuola di Tarantino è vistosa e a tratti piacevole, come per un gran ballo a corte, al quale ci possiamo deliziare di “imbucarci”. Le figure che vi troviamo non sono risolutive per scelte di vita, buone o cattive, nemmeno di vita artistica. Si accumulano in una somma che non dà risultato. Il Western, per dirne una, ci parla di Storia finché non è un gioco di bambini che dicono: “io ero lo sceriffo”, “io ero il capo indiano”. Rick e Cliff confondono la realtà con i film e finiscono per vivere una vita di finzione. Praticamente un film a episodi. In fondo, tutti i film, visti in un certo modo, sono episodi di un film a episodi. [Cannes 2019, in concorso]

Franco Pecori 

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16 settembre 2019