La complessità del senso
28 06 2017

Revenant – Redivivo

film_revenantredivivoThe Revenant
Regia Alejandro González Iñárritu, 2016
Sceneggiatura Mark L. Smith, Alejandro González Iñárritu
Fotografia  Emmanuel Lubezki
Attori Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleason, Will Coulter, Forrest Goodluck, Paul Anderson, Kristoffer Joner, Duane Howard, Robert Moloney, Melaw Nakehk’o, Joshua Burge, Fabrice Adde, Arthur RedCloud, Christopher Rosamond, Lukas Haas, Brendan Fletcher, Tyson Wood, McCaleb Burnett, Timothy Lyle, Scott Olynek.
Premi Golden Globe 2016: Film drammatico, Leonardo DiCaprio at, Alejandro Iñárritu reg. Oscar 2016: Leonardo DiCaprio at, Alejandro Iñárritu reg.

Non cadremo nella trappola di giudicare il film di un regista come Alejandro González Iñárritu dalla verosimiglianza referenziale delle immagini. Seppure girato nei paesaggi meravigliosi della Columbia Britannica e a ridosso delle Montagne Rocciose, panorami, oggetti, uomini, squarci di cielo, raggi di sole e chiari di luna, cascate gelide e rocce innevate, volti e sguardi straziati dall’orrore e dalla ferocia, contemplazioni visionarie nelle notti di ghiaccio, ferite dilanianti e aggressioni spietate, insomma tutto il “materiale profilmico” serve all’autore per tentare la realizzazione di una ricetta estetica ardua e ambiziosissima. Come in ogni grande ricetta, i singoli ingredienti, per quanto preziosi, acquisteranno il senso voluto dallo chef solo nel risultato della loro composizione, ottenuta col giusto dosaggio e con la maestria dell’esecuzione. E ciascun materiale, totale o in dettaglio che sia, colto dalla cinepresa e montato in sequenza, non sarà più quello che era prima del ciak ma sarà divenuto oggetto “leggibile” sullo schermo, col taglio dell’inquadratura e col tempo del montaggio. E’ a questo livello – vale per tutti i film della storia del cinema, ovviamente, ma lo diciamo qui per via della specificità del discorso riferibile al regista messicano – che possiamo cogliere il senso dell’opera: grandiosa nella realizzazione – luoghi, oggetti, cast (e oltre 135 milioni di dollari di Budget) – ma semplice-semplice nel suo senso complessivo. Qualcosa come: anche nelle più atroci difficoltà, l’uomo può trovare il modo di restare coerente ai propri princìpi e ideali, fedele al sentimento della famiglia, leale verso i compagni di avventura, coraggioso nei momenti più terribili, quando la vita sembra perduta, nella speranza di poter affidare a Dio il compito più difficile, di decidere della morte altrui o addirittura della propria “resurrezione”. Il cacciatore Hugh Glass (DiCaprio) non è certo uno spirito arrendevole, ridotto in fin di vita da un’orsa che quasi lo sbrana per difendere i propri piccoli durante la battuta di caccia che è stato chiamato a guidare nelle impervie zone frequentate dagli indiani Ree, riuscirà a cavarsela superando difficoltà strazianti e a concludere l’avventura in un finale più che sofferto. Siamo nel primi decenni del XIX secolo, nei paesaggi del Nord americano cacciatori e trafficanti di pelli animali si contendono i risultati delle battute, sotto il controllo dei soldati e in un perenne conflitto tra razze. All’inizio del film, gli indiani Ree mettono in fuga gli uomini di Glass, il quale ha con sé il figlio avuto dalla moglie indiana della tribù Pawnee, morta durante un attacco dei soldati al suo villaggio. Il ferito è d’impaccio agli uomini in fuga, il più spietato tra loro, John Fitzgerald (Tom Hardy), lo abbandona chiedendo ad altri due la falsa promessa di sorvegliarlo fino alla fine e poi seppellirlo. In realtà lo scaraventa nella buca che è già stata preparata. Hawk (Forrest Goodluck), il figliolo di Glass, si accorge della manovra e John lo uccide. Con il cuore spezzato, Hugh Glass trascinerà il proprio corpo in un lungo tentativo di sopravvivenza, incontrando difficoltà ambientali di ogni tipo, al limite della credibilità. La bravura di DiCaprio riesce nel difficilissimo ruolo che ha richiesto sacrifici anche fisici con ciak battuti a temperature di -30. Insieme all’attore ha grande merito il potere della Natura, l’obbiettivo di Emmanuel Lubezki (The Tree of Life 2011, To the Wonder 2012, Gravity 2013) è abituato – per così dire – ai miracoli della suggestione. L’apparente Grande Indifferenza del paesaggio, nella sua maestosa testimonianza, si offre a protezione verso i destini del protagonista. Se non avvertisse una sorta di comunione con la dimensione complessiva del mondo in cui si trova, Hugh non riuscirebbe probabilmente a sopportare il proprio martirio corporeo e morale. L’aiuta anche la voce della moglie morta il cui sussurro egli continua ad avvertire e la cui immagine trasognata gli si presenta più di una volta. Inutile raccontare qui per filo e per segno la traccia della terribile avventura, estesa dal regista fino a moltiplicarne almeno per 10 l’effetto estetico, tanto che in chiusura Iñárritu sembra avvertire il bisogno di una forte sottolineatura di genere, scendendo sul terreno del Western classico, con il duello feroce tra lo stesso Glass e il ritrovato Fitzgerald. La variante rispetto a un Ford è che “la vendetta è nelle mani di Dio”. Passa di là un drappello di indiani, il fiume scorre, sulla neve rosso è il sangue, compare di nuovo il fantasma della moglie di Hugh e il volto di DiCaprio si aggriccia in un’espressiva spremitura finale.

Franco Pecori

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16 gennaio 2016