La complessità del senso
18 12 2017

Zoran, il mio nipote scemo

film_zoranilmionipotescemoZoran, il mio nipote scemo
Regia Matteo Oleotto, 2013
Sceneggiatura Daniela Gambaro, Pierpaolo Piciarelli, Matteo Oleotto, Marco Pettenello
Fotografia Ferran Paredes Rubio
Attori Giuseppe Battiston, Teco Celio, Rok Prasnikar, Roberto Citran, Marjuta Slamic, Peter Musevski, Riccardo Maranzana, Ivo Barisic, Jan Cvitkovic, Maurizio Fanin, Mirela Kovacevic, Ariella Reggio, Rossana Mortara, Doina Komissarov, Sylvain Chomet.
Premi Venezia 2013, Settimana della critica, concorso: Premio Fedic, Giuseppe Battiston Menzione  Speciale.

Ricognizione antropologica in chiave autobiografica, realismo e fiaba, protagonismo e contesto, recinzione protettiva, nostalgia dei nonni, recupero della bontà. Si potrebbe continuare. Si sa come vanno le opere prime, il regista tende al film d’autore e l’ispirazione la cerca dove può essere più vicina a sé. Matteo Oleotto (Gorizia, 1977), attore proveniente dall’Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine, diplomato regista al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, autore di cortometraggi premiati e menzionati nonché di programmi tv e spot commerciali, ha sentito l’impulso di ricercare un contatto con la propria terra e con l’ambiente che lo ha visto crescere. E è tornato nel Friuli Venezia Giulia, dove quando incontri un amico non gli dici “ci vediamo per un caffè”, ma “ci vediamo per un bicchiere” (di vino). Il protagonista, Paolo Bressan, veste i panni di Giuseppe Battiston. Di solito si dice al contrario: l’attore è nei panni del protagonista, ma qui l’identificazione sfiora il naturalismo. Il corpaccione ancora giovanile di Battiston ha l’aria sufficientemente “spontanea” per sentirsi vivo all’osteria, non una qualunque osteria ma quella di Gustino (Teco Celio) che precisamente vediamo nel film, mentre ci sembra di essere a casa nostra, ossia a casa di Paolo, nel suo preciso ambiente, mantenutosi abbastanza tale quale a distanza di alcuni decenni. Ed è un ambiente – persone e cose – “antico”, dove ciascun bicchiere è un oggetto perfettamente umano, dove il ricordo degli otto giorni (“osmen” in sloveno), concessi dall’imperatore Giuseppe II nel 1784 ai contadini per la vendita diretta dei loro prodotti, rivive nelle “osmize”, nei locali con le buone cose da mangiare fatte in casa. Vita semplice, dialettale, forse residuale, ma non certo finita. Per il modo con cui la cinepresa vi si accosta, specie in alcuni momenti, si pensa a Olmi. Qui però il regista piega la materia profilmica a un linguaggio di poesia, costruendo una specie di paradosso che nasce da una base per così dire aneddotica per sfociare in un linguaggio fiabesco, con la verosimiglianza dei personaggi e dei fatti che non subisce la morsa della referenzialità troppo stretta; e con la prevalenza, invece, del “tono”, chiave imprescindibile per la lettura corretta del film/spartito. Cogliamo Paolo nel mezzo di una sua vita disastrata, un uomo non fedele alla moglie, la quale infatti lo ha lasciato unendosi a un altro, ma un uomo anche sentimentale e disponibile a combattere la battaglia disperata contro il proprio egoismo e contro lo scetticismo che lo invade da quando non ha più l’amore. Il flusso ineluttabile delle piccole e sfiancanti difficoltà quotidiane di Paolo viene interrotto da uno strano nipote, il quindicenne Zoran (Rok Prasnikar), mai visto né sentito prima, di cui improvvisamente l’omaccione deve occuparsi, in seguito alla morte di una vecchia zia. Il ragazzo sembra un po’ ritardato, gli è che ha imparato a parlare usando il linguaggio dei due soli libri, d’autore ai più sconosciuto, che ha potuto leggere finora. Dopo un primo rifiuto, istintivo, espresso con ironia amara e bagnata nel bicchiere continuo, Paolo si accorge che il ragazzo ha una fissazione molto speciale, caratterizzata da un’abilità unica: colpisce praticamente sempre il centro del bersaglio giocando con le “freccette”. La sua è una bravura da campionato mondiale e potrebbero arrivare molti soldi. Senonché, quella di Oleotto è gente buona e brava, i sentimenti vengono a galla e c’è una ragazzina (Doina Komissarov, prima volta sullo schermo) che tenta di convincere Gustino a frequentare il coro del paese, dove si canta: “El vin servi pai sani, l’acqua la bevi il can”. Anche Zoran potrà cantare finalmente, in sloveno, la sola canzone imparata da piccolo. Sarà una sorpresa. Vuoi vedere che i ruoli s’invertono e tocca al nipote “scemo” il compito di trasmettere maturità a quell’omaccione di Paolo? Auguri a Matteo Oleotto per le sue future “osmize”, ché di prodotti caserecci non guasterebbe l’abbondanza.

Franco Pecori

 

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31 ottobre 2013