La complessità del senso
29 10 2020

Waiting for the Barbarians

Waiting for the Barbarians
Regia Ciro Guerra, 2019
Sceneggiatura J.M. Coetzee
Fotografia Chris Menges
Attori Mark Rylance, Johnny Depp, Robert Pattinson, Gana Bayarsaikhan, Greta Scacchi, David Dencik, Sam Reid, Harry Melling, Bill Milner.

Grande tema universale, grandi interpreti si fronteggiano in un impatto simbolico, a seguire un filo drammatico piuttosto bloccato. Il regista colombiano Ciro Guerra, già frequentatore di Cannes (Quinzaine 2015 e 2018), ha portato al concorso veneziano nell’anno del Covid19 una provocazione filosofico-letteraria (dal libro di J.M. Coetzee), incarnata nelle due maschere dominanti. Lo spettatore è chiamato alla scelta tra una visione del mondo aperta o chiusa, progressiva o conservatrice. Gli accenti, nell’una e nell’altra direzione, sono via via calcati e/o sfumati anche in funzione di uno sviluppo non radicalizzato. Ai confini dell’Impero, i “barbari” minacciano la frontiera. Il limite è il deserto. Terreno e idea insieme, i nomadi lo frequentano e si teme siano anche intenzionati non solo a difenderlo bensì a sconfinare invadendo il dominio della civiltà rappresentata dal Magistrato amministratore senza nome che ha il volto di Mark Rylance. Arroccato in un maniero che può ricordare, in forma quasi esplicita ma forse impropria, la fortezza del Deserto dei Tartari (Valerio Zurlini, 1976, da Dino Buzzati), il gestore “bonario” subisce l’attacco intrusivo del Colonnello Joll (Johnny Depp), poliziotto dittatoriale, i cui occhiali da sole, nella calura estiva d’apertura, non promettono nulla di buono. Il racconto fa il giro delle quattro stagioni, fino alla primavera successiva, accelerando e poi frenando, per evidenziare un risvolto “umanitario” opportunistico nella conduzione “amministrativa” del Magistrato. La malvagità di Joll è senza sfumature, l’aiutante Mandel (Robert Pattinson) si limita a prendere appunti in vista di un rapporto finale, mentre la tendenza “liberale” dell’amministratore prende corpo con una certa fatica. Il massimo risultato che riesce a ottenere è in una furba lettura sul filo dell’ambiguità testuale di segni incisi su alcune strisce di legno dalla gente locale: il testo può essere letto come un piano di guerra futura o come la storia degli ultimi anni dell’Impero. Chissà. Di sicuro non sono bastate le orribili torture dei sicari di Joll a convincere la Ragazza indigena (Gana Bayarsaikhan) a non tornare dai suoi. Invano la cinepresa si è soffermata a lungo su interminabili momenti di riflessione piuttosto “estetica”. Il Magistrato è stato buono con lei, ma la vita è un’altra cosa. Alla fine, viene voglia di intervistare quei manichini messi a sentinella del maniero, per sentire da loro se una qualche ambiguità debba ancora segnare il futuro del mondo.

Franco Pecori

 

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24 settembre 2020