La complessità del senso
16 10 2017

Quando un padre

The Headhunter’s Calling
Regia Mark Williams, 2016
Sceneggiatura Bill Dubuque
Fotografia Shelly Johnson
Attori Gerard Butler, Willem Dafoe, Alfred Molina, Gretchen Mol, Alison Brie, Dustin Milligan, Kathleen Munroe, Max Jenkins, Sierra Wooldridge, Julia Butters, Dwain Murphy.

Si fa presto a dire “cacciatore di teste”. Il termine sa un po’ di antropologia, con un senso però molto aggiornato e “ripulito” delle connotazioni rituali provenienti dalla notte dei tempi. Niente di “primitivo”ormai, soltanto il riferimento tecnico alla funzione moderna e contemporanea svolta da un lavoratore dei nostri tempi, meccanici e crudeli nel rispetto dei criteri di produttività e profitto ai quali rispondere se si voglia stare a galla e magari anche primeggiare (spesso è praticamente la stessa cosa). Il lavoro di Dane Jensen (Gerard Butler, 300 2007, Il cacciatore di ex 2010, Attacco al potere 2013) è così, nessuna pietà per chi dev’essere “acquistato” dalla ditta o licenziato, la sopravvivenza è il criterio base. “Vuolsi così colà dove si puote” (stavolta è un Paradiso un po’ strano, diremmo stravolto, con a capo il diabolico Ed/Willem Dafoe) e c’è poco da aggiungere. La moglie di Dane, Elyse (Gretchen Mol), assiste semiallibita al precipitare degli affetti, dovuto al progressivo impegno del marito, perennemente attaccato al telefono. Anche lui soffre, fino a non riuscire più a godere dei piaceri della carne, ma  lo fa, dice, per dare benessere alla famiglia (tre figli piccoli), l’impressione è che sia ormai progioniero di un meccanismo non modificabile. Niente di nuovo, tutto già detto anche al cinema (Wall Street di Oliver Stone, 1987 è praticamente citato). E però, Mark Williams, regista debuttante, non si scompone. Con un garbo narrativo buono per tutte le famiglie di una società avanzata (sceneggiatura e montaggio se ne stanno buoni, non cedono a nervosismi sincretici), l’autore sembra ripensare al detto evolutivo (Darwin?), secondo cui  “Il lavoro nobilita l’uomo”; e per i più sensibili al richiamo dell’amor paterno, escogita l’intervento del destino umanitario, attingendo alla formula, consunta ma tuttora efficace – così spera -, dell’improvvisa malattia grave (il figlio di 10 anni) che tutto mette in discussione. Fa da sponda l’intervento di un medico indiano, religioso seguace del sikhismo, il quale amorevolmente consiglia di stare vicino al piccolo e di fargli sentire la voce dei genitori. Vuoi vedere che succede il miracolo? Non riveliamo, ma possiamo dire che, dopo aver lasciato sgorgare la dovuta lacrimuccia, potrete passare al significativo ribaltamento del famoso detto e arriverete a pensare che “L’uomo nobilita il lavoro”. Fa la sua figura, sul versante ultraumanistico e quasi patetico, Alfred Molina, ingegnere di primo livello, perdente da resuscitare per il buon lavoro, in un finale come si deve.

Franco Pecori

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8 giugno 2017