La complessità del senso
07 03 2026

Il suono di una caduta

In die Sonne schauen
Regia Mascha Schilinski 2025
Sceneggiatura Mascha Schilinski, Louise Peter
Fotografia Fabian Gamper
Attori Hanna Heckt, Lea Drinda, Lena Urzendowsky, Laeni Geisler. Luise Heyer,  Susanne Wuest, Luzia Oppermann.
Premi Cannes 2025: Prix du Jury.

Il tempo e la “realtà”, la vita nelle sue stratificazioni, nel suono/immagine che dichiara una presenza raramente affermata sul piano estetico, dati gli stereotipi funzionali all’assuefazione. A volte, come stavolta, si riaffaccia sul grande schermo l’intenzionalità dell’immagine libera di “cadere” e risuonare nel contesto proprio, referente garante “irrealistico” quanto critico e interconnesso. Lo schermo resta tuttavia schermo e il cinema è cinema ancora per una volta, contrariamente all’eredità secolare dell’ergastolano Rispecchiamento. Quattro ragazze in una fattoria del nord della Germania trapassano gli anni della giovinezza attraversata dall’immagine/suono che rimbalza dai muri segnando e ridisegnando il tempo della vita che se ne va, che se n’è andata. L’indicazione, o meglio addirittura l’indizio si protende dalla Germania, dopo che, in Europa, l’Italia ha lasciato cadere la lezione della Nouvelle Vague, miseramente tornando al ribobolo del “(non) c’è domani”. Il segnale è forte in quanto l’alterità del cinema viene qui proposta, sfacciatamente, perfino bussando alla porta dell’Oscar (candidatura come Film Straniero), tanto per dire che forse l’immagine può anche non essere imperiale. La berlinese Mascha Schilinski fa risuonare la diegesi nella sintassi di una tessitura temporale, legame di epoche vissute e rivissute da Alma (Hanna Heckt), Erika (Lea Drinda), Angelika (Lena Urzendowsky) e Lenka (Laeni Geiseler) mentre trapassano la loro mitica fattoria. Torsioni e distorsioni intime, asincronie dettano l’età evolutiva sul foglio narrativo di storie personali collegate alla Storia. È la Germania di tempi lontani e vicini, un secolo, un attimo. Le pareti della casa narrano il confine, modificano il rappresentato e trattengono il tempo. E si aprono anche, rivelando coscienza, riaggregando memoria. Mentre la casa evolve nel corso di un secolo, dalle pareti il tempo risuona, specchia e fonde il reale, a tratti con un silenzio asincrono, glaciale. Prix du Jury a Cannes, il film della Schilinski, secondo dopo l’esordio del 2017 (Die Tochter), reclama nuovo dialogo interno, spinoso, esterno. Si è pensato ad Haneke (Nastro bianco) e anche a Glazer (Zona d’interesse), si è detto di cinema Art-house. Meglio non in-sistere e accogliere un lavoro non-imperiale che si candida all’Oscar.

Franco Pecori

26 Febbraio 2026