Queer
Queer
Regia Luca Guadagnino 2024
Sceneggiatura Justin Kuritzkes
Fotografia Sayombhu Mukdeeprom
Attori Daniel Craig, Drew Starkey, Lesley Manville, Jason Schwartzman, Henry Zaga, Drew Droege, Ariel Schulman.
“In questo paese va tutto a rotoli”, sussurra Lee (Daniel Craig) tra sé, col suo giornale seduto in un bar a Città del Messico, “cielo azzurro e avvoltoi volteggianti”. È il mondo americano di William S. Burroughs, di Allen Ginsberg, di Jack Kerouac, di Neal Cassady, è la Beat Generation degli anni Cinquanta. Tra la vita e la morte, nell’indecisione del sesso, nell’accumulo di sincerità disperate. Immagini “sfrontate” – le virgolette non vanno cancellate, dichiarano il set: sentimenti di “grado zero” nella scrittura, sequenze che non “seguono” ma si ri-legano al battito del ciak. Cinema sincero e sincerità del cinema si sciolgono nel “presente” schermico, sfrontato, di un narrato dissolvibile in “verità” (à part, direbbero i francesi), di un dolore digerito e ripensato in un nuovo menu della coscienza. Infernale sarebbe sbagliato, non solo perché le fiamme restano, se mai, nell’eterno Duecento dantesco, bensì per l’assenza del bisogno, della necessità della coscienza; e nell’accettazione, dichiarata in arte, di una circostanza impoverita di pertinenza. Bevanda Annicinquanta, per una sete di altro ormai. Nel tempo lontano anche di un Messico sensuale e ubriaco, William Lee è “Queer” nonostante, si aggira nonostante tutto nel frattempo sia cambiato e poi ancora da cambiare, cammina accanto alla propria fiaba “oscena” e sentimentale, testimoniando l’aura di una realtà letteraria non più trasferibile, sembrerebbe. Guadagnino è sul filo del rasoio, del capolavoro. William (Daniel Craig) non ne vuole sapere, si capisce lungo le sequenze, una ad una. Bravo il regista. Lentamente con precisione, come fumare un segreto pensando, come pensando nel vuoto dopo una dose, viaggiare nel Sud, Capitolo Secondo. Senso di ricerca di Interno, di Oltre: Terzo, la Botanica nella giungla. Il dottor Cotter. Yage la sostanza misteriosa, telepatia, stregoneria. Ancora essere o non essere queer. Difficile. Non più storia d’amore – e mai lo fu, con lo “studente” Eugene Allerton. Epilogo, due anni dopo. E finale allucinante, fantasmi di morte. Il rapporto “omo” con il qualunque Allerton (Drew Starkey) sfuma nel tempo, irrisolto. Bravo Guadagnino, ma straordinario Craig, per la somiglianza esterna ed interna a William Seward Burroughs, verso la scrittura del quale è debitore e da cui si riscatta perfino nelle pieghe del volto e del corpo, per darci il malessere profondo di una ricerca irrisolta. Il film resta imbrigliato, forse giustamente, in un’ambiguità interna, sorta di difficoltà telepatica da trasformarsi in narrato. La qualità vola sul versante espressivo e ci chiama per bisogno di aiuto.
Franco Pecori
17 Aprile 2025