La complessità del senso
28 06 2017

Il ragazzo invisibile

film_ilragazzoinvisibileIl ragazzo invisibile
Regia Gabriele Salvatores, 2014
Sceneggiatura Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo
Fotografia Italo Petriccione
Attori Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov, Noa Zatta, Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi, Riccardo Gasparini, Vernon Dobtcheff, Vilius Tumalavicius, Vincenzo Zampa, Diana Höbel, Ksenia Rappoport.

Perfettamente abbigliato alla moda, Michele (l’esordiente Ludovico Girardello) vive la propria adolescenza (13-14 anni) in modo tranquillo in una città sul mare. Gli piacerebbe avere l’attenzione di Stella (Noa Zatta), la compagna di scuola che gli piace, ma lei non lo fila molto. E’ quasi un manifesto della nomalità e alta probabilità dell’eccezione a venire: ciò che capiterà a Michele può capitare a tutti i ragazzini, non si tratta di un giovane speciale. Così sembrerebbe e invece no. Il nostro è un supereroe di nuova generazione, elegante, perbene, amato in famiglia (Valeria Golino nella parte di Giovanna, madre adottiva e poliziotta affettuosa), il quale è chiamato ad affrontare un destino molto speciale di cui è inconsapevole e che lo costringe a un superadattamento a condizioni specialissime. Infatti, un bel giorno, guardandosi allo specchio, Michele ha un sussulto, si accorge di essere divenuto invisibile. Il cinema in questi casi aiuta, lo spettatore si diverte molto a prestarsi all’illusione, al magico potere degli effetti, alla competizione radicale, originaria, tra falsa (per forza di cose) obiettività dell’obbiettivo e vera capacità di trucco (oggi elettronico). Salvatores ha pensato di non aver approfittato abbastanza, finora, della natura magica del cinema, ha concluso che «lo stesso concetto di realismo, dopo la scoperta dell’inconscio e l’avvento della “realtà virtuale”, andrebbe ridefinito» e si è detto: ma perché non ho ancora fatto un film di supereroi italiani? Così, messe tra parentesi le affabulazioni rosselliniane (il bambino di Paisà col soldato americano non era una fiaba?), felliniane (oh la Saraghina di Otto e mezzo!) e antonioniane (oh gli alberi colorati di Deserto rosso, oh l’esplosione in rallenty di Zabriskie Point), l’autore di Nirvana (1997) è salito al volo sull’ultimo treno del virtualismo e s’è fatto bambino. Il problema, a quel che pare, non è stato tanto di mostrare l’invisibile – i mezzi di produzione erano relativamente ricchi, 8 milioni – quanto di spiegare la provenienza del “miracolo”. E qui, mentre le sequenze relative alle proprietà magiche che improvvisamente fanno di Michele un ragazzo “vincente” (sui compagni di scuola e di giochi e su Stella, la quale viene attratta dalla misteriosa presenza del “fantasma” amico – Twilight 2008 ha lasciato il segno) riescono a sollevare il livello di immaginazione fino a sfiorare la fantasia, i flash didascalici sull’origine del superpotere complicano troppo il racconto e fanno perdere  la tensione dell’eccezionale. Veniamo catapultati in un pregresso paramilitare, in una dimensione generica di spionaggio e catastrofismo nucleare, dove troviamo in azione e in fuga i genitori di Michele (Christo Jivkov e Ksenia Rappoport). Da quell’incubo originario proviene anche la figura di uno strano psicologo (Fabrizio Bentivoglio), residuo finale di una supersegreta caccia al bambino. Il “fumetto” dell’invisibilità nostrana (ci sono già il romanzo e la relativa graphic novel) non aveva bisogno, forse, di un piano referenziale così pesante e anche un po’ datato. Gradevolmente leggera, anche per merito del giovanissimo protagonista, la parte che vede Michele assorbire velocemente la novità che lo riguarda e affrontare la propria “crescita” con adeguato senso di responsabilità. Benaugurale segno dei tempi.

Franco Pecori

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18 dicembre 2014