La complessità del senso
27 09 2020

High Life

High Life
Regia Claire Denis, 2018
Sceneggiatura Claire Denis, Jean-Pol Fargeau, Geoff Cox, Nick Laird-Clowes
Fotografia Yorick Le Saux, Tomasz Naumiuk
Attori Robert Pattinson, Juliette Binoche, André Benjamin, Mia Goth, Agata Buzek, Lars Eidinger, Claire Tran, Ewan Mitchell, Gloria Obianyo, Scarlett Lindsey, Jessie Ross, Victor Banerjee, Juliette Picollot, John Kimani Njeri.

«Willow, ci spingiamo in avanti o rimaniamo fermi?». Monte, il padre (Robert Pattinson), e Willow, la figlia (ormai) adolescente (Jessie Ross), soli nell’universo, davanti al buco nero verso cui l’astronave nella quale hanno viaggiato li ha spinti, stanno per concludere la missione, definitiva e “terribile”, unica possibilità di proseguire la vita umana. Dentro e fuori: nella storia di una socialità residua, fatta di criminali condannati a morte e spediti nello spazio in cerca di nuova energia, e nella prospettiva inedita di una prosecuzione sperimentale, sia pure, nel possibile valore ultimo, incestuosa. «Non abbiamo bisogno di altri», risponde la ragazza al padre il quale le fa notare la mancanza di uomini. Dura la prospettiva, ma dall’inizio veniamo avvertiti. Nelle sequenze che aprono il film, Monte si dedica al suo orto esclusivo e cura i primi mesi della neonata. Vedremo come sia nata e perché. Parlando tra sé e riferito alla piccola “in ascolto”, l’ultimo eroe (il suo volto viene dal mito Twilight, ci sarà da riflettere) definisce il senso primordiale di una legge non-scientifica: «Non bere la tua pipì, non mangiare la tua cacca, è chiamato tabù». Nel gruppo di disperati, la dottoressa Dibs (Juliette Binoche) sperimenta senza candore una gestione, tra dosi di droga e sperma in provetta, della possibilità di continuare la specie. L’erotismo reagisce al prosciugamento e conquista spazio in un’implicita narratività rubata al senso lineare. La gioia per l’eventuale successo potrà venire dopo, al di là del film. Il ruolo della Binoche si rivela essenziale. Passato nel 2018 al festival di Torino (sezione After Hours), il film di Claire Denis porta con sé la cifra di un cinema evoluto e consapevole (fruttuosi contatti della regista con autori come Jacques Rivette, Wim Wenders, Jim Jarmusch), già apprezzato dalla critica nel primo successo a Cannes 1988 (Chocolat) e poi ne L’intrus (Venezia 2004). Freddo nell’ispezione culturale di una contemporaneità che tende drammaticamente all’astensione, High Life lascia alla delicatezza delle figure – anche diegetiche – le possibilità di un recupero a fronte di un quadro “attuale” implicitamente nero. L’invito a fare a meno di una lettura di genere appare perentorio. Non è un film d’avventura spaziale. E però Denis evita anche prescrizioni di tipo moralistico, trasmette piuttosto un senso d’angoscia meritevolmente non-referenziale, un senso non deterministico e per ciò utile, su base estetica, alla riflessione più ampia, filosofica. [Film della Critica Designato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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6 agosto 2020