La complessità del senso
20 10 2017

La gente che sta bene

film_lagentechestabeneLa gente che sta bene
Regia Francesco Patierno, 2013
Sceneggiatura Federico Baccomo, Federico Favot, Francesco Patierno, Marco Pettenello
Fotografia Maurizio Calvesi
Attori Claudio Bisio, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Jennipher Rodriguez, Laura Baldi, Matteo Scalzo, Carlotta Giannone, Carlo Buccirosso.

Non gliene importa granché. Il top manager milanese spara frasi fatte e frasi furbe a mitraglia, ben sapendo che ciò che conta è l’affare, la carriera e la brillantezza del comportamento. Una delle frasi: “Il Conte di Montecristo oggi sarebbe il presidente di Unicridit”. Insomma, il “nuovo uomo italiano” è proprio lui, Umberto Maria Dorloni/Bisio. Fa il bullo in smoking ma, sotto sotto, ha una paura fottuta del vuoto, il “vuoto” interiore che nessuno avverte e che potrebbe fottere anche lui. Il film non lo dice, ma si capisce. E si capisce anche bene che tutta la storia, di scalate professionali, di salti senza rete, di operazioni tutt’altro che scrupolose, arriva sullo schermo non proprio con la puntualità che solitamente l’arte richiederebbe, essendo invece proprio della pubblicità il raccogliere il frutto maturo e rivenderlo al prezzo maggiorato sul mercato delle fiabe convincenti. La mogliettina dell’avvocato Dordoni è perplessa. La figura femminile si usa rispettarla il più possibile, oggi. E la Buy s’immedesima diligente nel ruolo, cercando di conservare per sé e per il marito la dignità almeno esteriore, sufficiente per presentarsi fra la”gente che sta bene”. Lui però, Umberto, sembra proprio non volersi accorgere della discesa che sta imboccando. Licenziato, crede di trovare un nuovo appoggio in Azzesi/Abatantuono, l’ennesimo traffichino in falsa ascesa, ma l’errore sarà irreparabile. Jennipher Rodriguez, bel corpo, dà vita alla parvenza di una possibile consolazione erotica per il povero Dordoni, senza però convincere, nemmeno se stessa, della consistenza di Morgana, il personaggio d’appoggio da lei interpretato. Un Abatantuono come svogliato, frenato, poco immedesimato, rende la dialettica dei ruoli pochissimo incisiva nell’economia complessiva del senso. Resta l’idea, ormai debole, di mettere sotto gli occhi del pubblico la situazione tragicomica in cui s’è cacciato il Paese, la cui crisi meriterebbe ben altra comicità. Non che Bisio non sia bravo a essere se stesso, ma la sua presenza risulta francamente ridondante, mentre sarebbe forse stata di maggiore impatto in un’economia scenica distribuita con maggior discrezione. Insomma in un altro film. Francesco Patierno, dopo Il mattino ha l’oro in bocca 2007 e Cose dell’altro mondo 1011, sembra non aver voluto affondare il pedale della critica più di quanto non avesse già fatto Federico Baccomo, autore del libro ispiratore.

Franco Pecori

 

 

 

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30 gennaio 2014