La complessità del senso
27 09 2020

Quattro vite

Orpheline
Regia Arnaud des Pallières 2016
Sceneggiatura Christelle Berthevas, Arnaud des Pallières
Fotografia Yves Cape
Attori Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos, Solène Rigot, Vega Cuzytek, Jalil Lespert, Gemma Arterton, Nicolas Duvauchelle, Sergi López.

Dimostrativo. Sulla soglia dell’arte, ma molto resta nell’ipotesi della sceneggiatura, che Christelle Berthevas suggerisce da esperienze di vita proprie. La regia del parigino Arnaud des Pallières (1961, frequentatore di Venezia e di Cannes, qui al suo quinto lungometraggio) sembra coltivare l’intento di una rappresentazione documentaria fenomenologica della condizione femminile (ma non è femminismo) poco oltre la soglia del Terzo Millennio. Il film, passato per il festival di Toronto del 2016, arriva nelle nostre sale con un ritardo che non intacca la sostanza del contenuto. Si tratta della storia di un’ “orfana”. La protagonista – bambina, adolescente, ragazza e donna – sopporta una vita da Orpheline (è il titolo originale del film), nel quadro storico-sociale in cui si trova immersa senza nemmeno sapere bene il come né il perché e tuttavia nel pieno sentimento del concreto realizzarsi di quattro destini. Quattro vite in una, quattro fasi di un’esistenza accettata, contrastata, realizzata e buttata via senza una smorfia, senza un’espressione di disperato e impossibile riscatto, se non nella finestra narrativa finale: una promessa di “ritorno”, per l’amore verso una propria neonata (verso anche se stessa), che Adèle Haenel gestisce con un impatto drammatico degno della futura grande interpretazione del Ritratto della giovane in fiamme (Céline Sciamma, 2019). Le quattro fasi, rappresentate in ordine temporale inverso, non comportano con ciò una narrazione lineare, compongono invece un quadro sincronico e invitano lo spettatore ad esercitare una sua libertà, di lettura del senso. Renée (Adèle Haenel), Sandra (la Adèle Exarchopoulos de La vita di Adele, 2013), Karine (Solène Rigot) e Kiki (la piccola Vega Cuzytek) vivono le quattro vite in una, sfidando somiglianze e contrasti, verità e dissonanze, attraverso un mondo molto poco ideale e fisicamente cedevole alla sensualità del “reale”. Le scene di sesso denunciano il limite di uno sguardo che il regista non sa del tutto qualificare come femminile. E però, rappresentano l’essenza stessa del tema basico, della ricerca di una prospettiva nuovamente sensata, di un vivere libero dai sistemi antichi. E il discorso vale anche nel quadro espressivo dei generi, che fanno capolino dall’inizio alla fine, come se il film stesso, in quanto tale, cercasse la via di una liberazione, proprio insieme alle quattro donne in una.

Franco Pecori

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27 agosto 2020