La complessità del senso
19 10 2017

Le Meraviglie

film_lemeraviglieLe Meraviglie
Regia Alice Rohrwacher, 2014
Sceneggiatura Alice Rohrwacher
Fotografia Hélène Louvart]
Attori  Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci.
Premi Cannes 2014, concorso: Grand Prix.

Vivere di apicoltura, marmellate e pomodori. In una campagna tra Umbria-Lazio e Toscana dove si respira ancora aria di Etruria, Wolfgang (Sam Louwyck) uno straniero, vagamente anarchico, forse belga o tedesco, governa il suo regno privato. In un vecchio casale vivono con lui la moglie Angelica (Alba Rohrwacher) e quattro figlie. La più grande, Gelsomina (Maria Alexandra Lungu), ha 12 anni o poco più. Le api passeggiano sulla sua pelle in fiore. Nel covo di sopravvivenza – “Il mondo sta per finire”, dice Wolfgang – c’è anche Cocò, amica “testimone” ospite (Sabine Timoteo), e approda un ragazzino tedesco, spedito lì per ragioni di “rieducazione”.  Gelsomina è la più brava a gestire la microazienda informale, il padre la lascia fare e la considera addirittura capofamiglia, erede della propria utopia. Tutto sembra funzionare, fuori dal contesto esterno, dalle regole che governano l’economia dei “prodotti” e del successo. Ma si profilano difficoltà serie quando l’Unione Europea ammonisce sulla necessità di ristrutturazione del laboratorio e mentre intorno la pratica dei diserbanti minaccia le api. L’arrivo di una troupe televisiva, alla caccia di “genuinità” locali da premiare nel programma “Il paese delle meraviglie”, attrae l’attenzione di Gelsomina. La bambina è anche affascinata dalla conduttrice, la fata bianca Milly Catena (Monica Bellucci), figura dall’aspetto ambiguo, veicolo inconsapevole quanto ingannevole di “tenerezza”,  estremo anello di trasmissione B-mitologica del misero portato mediatico della civiltà illusoria. Wolfgang, burbero ma impotente, non vorrebbe essere coinvolto. Gelsomina lo inganna e iscrive la famiglia al concorso-spettacolo. Implacabile, la Storia sarà crudele. Proprio nei giorni scorsi è uscito nel circuito italiano Alabama Monroe  il film belga di Felix Van Groeningen che ha conteso l’Oscar a La grande bellezza. Mascherato da noi come “Una storia d’amore” (così il sottotitolo per le nostre sale), The Broken Circle Breakdown (questo il titolo originale) veicolava in forma critica un’istanza utopica non molto dissimile da quella propostaci da Alice Rohrwacher. E’ il segno di una circolazione di idee riflessive che, specie nella vecchia Europa, tracciano in questo momento una linea contestativa da non prendere sottogamba rispetto alle incertezze profonde dei destini mondiali. Restando in ambito cinematografico, non si può dimenticare la lezione di Ermanno Olmi (impianto ideologico a parte), né quanto di esteticamente fruttifero lasciatoci da Roberto Rossellini e dalla scuola “Verità” francese. S’innesta qui lo sguardo critico necessario per la visione complessiva del film, dove ovviamente la forma del contenuto va insieme a quella dell’espressione. Se il realismo rosselliniano sfociò più di una volta e paradossalmente in espressioni fiabesche, lo sguardo della Nouvelle Vague, lasciando più libero il cineocchio, ridusse a normalità le eccezioni della sceneggiatura e valorizzò proprio l’eccentrico “casuale” emergente nel quadro. Fu un nuovo “respiro” del cinema, con cui l’arte volle associarsi alla svolta moderna degli anni Sessanta. Nel film della Rohrwacher, alla seconda prova dopo l’esordio del 2011 ben accolto alla Quinzaine di Cannes e premiato col David di Donatello, il piano espressivo acquista progressivamente importanza, in un cammino estetico che, dall’inizio alla fine, lascia emergere l’accentuarsi della consistenza metaforica implicita, delle immagini più ancora che del racconto. L’andamento quasi “documentario” della prima parte, con la descrizione dell’ambiente, la coltura delle api, il laboratorio per il miele ecc., insieme al comportamento delle singole persone in quello strano contesto rurale, antico/museale e primitivo/moderno nell’ansia di un impossibile recupero d’autenticità, lascia il posto al viaggio metafisico della singolarità dettagliata, al vivere “interno” di Gelsomina (oh Fellini!), proiettato verso un Oltre quasi-impossibile e così sognante quanto inversamente particolare (nel senso proprio di parte di un tutto non dicibile). Si perde in tale “sconfinamento” anche il senso della possibile storiellina d’amore di Gelsomina con il ragazzo tedesco, afasico e sfuggente. A questo livello, la regìa si lascia prendere la mano, assegnando alle immagini singole compiti ardui e troppo allusivi, per cui il film si adagia su un’immagine finale riduttiva rispetto alla propulsività iniziale. [In concorso al Festival di Cannes 2014] [designato Films della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

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22 maggio 2014