La complessità del senso
18 12 2017

Gli sdraiati

Gli sdraiati
Regia Francesca Archibugi, 2017
Sceneggiatura Francesco Piccolo, Francesca Archibugi
Fotografia Kika Ungaro
Attori Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti, Barbara Ronchi, Carla Chiarelli, Federica Fracassi, Sandra Ceccarelli, Giancarlo Dettori, Ilaria Brusadelli, Matteo Oscar Giuggioli, Donatella Finocchiaro, Nicola Pitis, Nicolò Folin, Gabriele di Grali, Massimo de Laurentis.

Il titolo del film – lo stesso del libro di Michele Serra, ma non si potrebbe non parlare della scrittura e delle leggi interne all’a-tipismo dello scrittore in questione, mentre qui siamo nel cinema – trasmette un senso sarcastico che diremmo doloroso. L’aggettivo è un filo che lega internamente la produzione poetica di una regista come Francesca Archibugi, da Mignon è partita 1988 a Verso sera 1989, a Questione di cuore 2008: un cinema che esprime la delicata necessità dei sentimenti mentre ne osserva la difficoltà relativa al contesto, fino ad approdare a un traguardo di tappa più ironico, con Il nome del figlio 2015. L’osservazione, l’occhio di un ciné-verité, si applica ora al quadro composto “all’impronta” – senza voler dire di un oggetto “improvviso”, non tuttavia strutturato -, per cogliere con simpatica sensibilità lo stato di una crisi tutt’altro che settoriale, riguardante la società “avanzata” in cui siamo. Quelli che non perdono tempo dicono: padre-figlio, un rapporto che non funziona più, come se si trattasse di un problemino di e-ducazione o di disfunzione comunicativa, di  incomprensione nella scelta delle parole o nella gestione dei comportamenti. La Archibugi ha l’intelligenza di fermarsi sulla linea di demarcazione del tema ipotetico, non si avvicina troppo ma neanche tralascia particolari significativi per uno svolgimento a venire, a cui ci chiama con insistita discrezione. Claudio Bisio (dentro e fuori ad ogni inquadrartura) è Giorgio Selva, un padre che sa il proprio mestiere e dà del tu alle telecamere, ma con il figlio diciassettenne, Tito (Gaddo Bacchini, ben scelto per il ruolo superficiale/profondo), non si prende proprio; ne ha mezza responsabilità insieme (si fa per dire, sono separati) alla madre e non riesce a intavolare alcun discorso: Tito non risponde, dice “bo” e corre via, lascia tutta la casa in disordine, si sdraia con il gruppetto di “froci” (così dicono di se stessi perché, maschi, stanno sempre insieme tra loro, ammucchiati sul divano o in discoteca o per la strada in bici). Riflessioni zero. Parole combinate zero. Così sembra. Ma non è proprio così. E’ la società che esprime un suo strano “benessere” attraverso semiosi difficili, la cui incomprensibilità è però utilizzabile – e utilizzata – dai nuovi nati come chiave di sopravvivenza, difensiva finché dura. Ce ne sarebbe abbastanza e oltre per soffermarsi sulla stratificazione del senso che l’oggetto propone, facendosi schermo verso la nostra ansia di definizione e di risoluzione. Il film accumula comunque altri dati (ma già nella fase introduttiva, lo schermo era alluvionato da uno tsunami di tipicità), per un intreccio da commedia in una possibile confezione standardizzata, magari su un gradino “sopra” rispetto al ciarpame sfilacciato del box-officiume più miserevole. Basti pensare alla figura di Alice (Ilaria Brusadelli), la nuova compagna di classe di Tito, sfumata fino a divenire mistero generativo (chi è il padre?) per una confusione improgrammata e improgrammabile ma pur sempre sistemica e dolorosa. Ci sarà la saggezza del tassista Pinin (Cochi Ponzoni), ci sarà il vivere vissuto, paziente, cosciente, fatalista, ottimista e molto doloroso di Rosalba (Antonia Truppo), domestica di casa Selva ricomparsa dopo la sparizione improvvisa di diciassette anni prima. Sceneggiatura con scansione non perfettamente scorrevole e a tratti un po’ “indicativa” rispetto al peso dei personaggi. Il fatto è che non abbiamo parlato dell’aspetto del film più incisivo e vistoso, quella specie di “nevrosi” delle inquadrature che fin dal primo istante spingono a tavoletta l’acceleratore delle sequenze, tanto da farci dire: è un film da corsa! Non crediamo certo che si tratti di una disattenzione nella regia o nel montaggio. E’ il linguaggio, più mimetico che critico, a prendersi di nascosto la sua rivincita sulla “tematica”, sul referente “imprescindibile” (libro di Serra compreso), e trascina in un vortice stilistico la solvibilità di problemi per forza di cose “esterni”, più vasti e più profondi. Ne resta il sentore, produttivo questo sì, di un’istanza più generale che il momento storico impone e da cui il film d’autore cerca di non sottrarsi, dolorosamente.

Franco Pecori

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23 novembre 2017