La complessità del senso
17 12 2017

La grande bellezza

La grande bellezza
Regia Paolo Sorrentino, 2013
Sceneggiatura Umberto Contarello
Fotografia Luca Bigazzi
Attori Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Massimo De Francovich, Roberto Herlitzka, Isabella Ferrari, Massimo Popolizio, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Luciano Virgilio, Giulio Brogi, Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Lillo, Giorgia Ferrero, Giulia Di Quilio.
Premi Oscar 2014: Film straniero.

Un autore come Paolo Sorrentino non merita l’ovvietà di accostamenti come i primi che possono venire in mente vedendo questa Grande Bellezza: Fellini (La dolce vita oggi), Antonioni (se il regista de La notte avesse girato La dolce vita), ancora Fellini (un altro Monaldo/Guido “8 e 1/2” in città). Jep Gambardella, giornalista e scrittore campano, ci metterà un po’ a farsi capire dalla critica internazionale (strana categoria) e specialmente dagli americani. Abbiamo visto cosa sia Roma per Woody Allen (To Rome With Love, 2012, a più di mezzo secolo dalle Vacanze romane di William Wyler, 1953) e, poco prima, avevamo ammirato una Kate Hudston ancheggiare, strepitosamente coreografando il Neorealismo Italiano in forma di “Italian Style” musicale (Nine, Rob Marshall 2010) – ottiche non le più pertinenti per leggere ancora oggi le massime espressioni del cinema italiano del dopoguerra. Gambardella, arriva a Roma e quasi subito ha bene in mente cosa vuole dal mito della grande città, dal “vortice della mondanità”. Jep vuole diventare “il Re dei mondani”: attinge direttamente all’iper-linguaggio americano, dove si dice il Re del Jazz, il Re della Finanza, ecc. Ma, a differenza del semplice “venditore” o trafficante che dir si voglia (Carlo Buccirosso), ha pur sentore dello “squallore disgraziato”. Cercando la grande bellezza nella città trova gente “sull’orlo della disperazione” e vede che “sta morendo” tutto quello che gli sta intorno. Autore di un solo romanzo giovanile, si aggrappa all’impossibilità di scrivere del “nulla” di cui parlava Gustave Flaubert. E dunque si adagia a regnare col/nel falso, falsa grandezza e sublime spettacolo di un’interiorità inesistente e dominante in quanto tale. La vita come equivoco del realismo e della fantasia, entrambi “irrealizzabili”, data la situazione confusa, pastosa, pesante come i rossi dei tramonti romani, triste come la via Veneto notturna e deserta, con gli emiri che inforchettano spaghetti, giapponesi in abito da sera e dive francesi che hanno ancora un sorriso per il cinema (Fanny Ardant). Sorrentino ha già dato prova di maestria nella lettura di imbambolamenti furbi e ammiccanti e di misteri panoramici (This Must Be The Place), raro trovare una così efficace rappresentazione nel cinema – diremmo nell’arte contemporanea –  della vacuità dell’eloquenza inespressa, del disorientamento dei destini non più prospettici, della resa storica della linearità progettuale. Forse i fratelli Coen (Non è un paese per vecchi), forse il Christopher Nolan fantascientifico (Inception). Di certo il grandissimo e troppo spesso dimenticato Jean-Luc Godard (Alphaville). La “verità” dello spettacolo vuoto della storia depauperata di senso, specchio nella città-teatro senza più protagonisti, rimando e rimbalzo di bolle metaforiche del sesso e dei sentimenti: una città-tempio profano dello sguardo senza osservazione si proietta sullo spettatore attraverso la Roma documentale di Jep, un Gambardella che racconta il proprio Sud inanimato, suicidato nel sorriso malinconico del trionfo della non-speranza. Decisivo, come sempre per Sorrentino, l’apporto di Toni Servillo. Luca Bigazzi dimostra con le luci che il non-miracolo è fotografabile, incantandoci in una mostruosa indifferenza, nel colore sofferto di un non-potere schiantato nella più orribile e disgustosa “attrazione” che si sia potuta immaginare dopo il Colosseo e dopo il Cupolone fino a oggi. Nobili e ricchi in un’unica interminabile decadenza, droga e misere illusioni borghesi ed ecclesiastiche (il cardinale interpretato da Roberto Herlitzka, esorcista e sordo alle domande sulla spiritualità), vecchie suore incartapecorite arrancanti sui gradini della Scala Santa, mezzemaniche patetici aspiranti drammaturghi (Carlo Verdone) che se ne vanno con irrilevante disgusto. Funerali e fontane, happening artistici e segreti di antiche ville inesplorate, terrazze, piscine, night di una “dolcevita” non-resuscitabile e marcita in spogliarelli che sanno di morte (Sabrina Ferilli nuda in un “ultimo” atto di incerta sopravvivenza): tutto si consuma e decade nel pastone menzognero di interviste impossibili, di “cazzeggi” salottieri, di feste senza orientamento, di corpi che si scuotono al ritmo binario di musiche ordinarie. Passa il battello sul Tevere, senza passeggeri, si tuffa dal ponte l’esibizionista, spara il cannone del Gianicolo senza allegria, si moltiplicano i quadri di una “visita guidata” nella città morta. Inutile cercare i link di una sceneggiatura episodica e scettica, dolorosamente arresa al frammento e al non-finito, incapace per forza di rispondere alle domande importanti. Sicché la più drammatica è quella finale, dello sconsolato Jep ai due amici rimasti: “Ma voi che fate stasera”? Coraggiosamente imperfetto, il film denuncia la propria missione impossibile. L’impressione è che non si tratti più nemmeno, ormai, di “passare la nottata”.

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VOI STASERA CHE FATE?

Franco Pecori

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21 maggio 2013