Grande Bellezza, che?
La bellezza felliniana? La bellezza italiana? La bellezza di Roma, dell’arte, del cinema, della vita? Paolo Sorrentino, ricevendo l’Oscar per il film straniero, ha ringraziato i suoi ispiratori: Fellini, Scorsese, Maradona. Una formula magica! Una magia da palcoscenico. È sempre difficile, per non dire impossibile, rintracciare il filo interno che lega un’espressione all’altra lungo il cammino della storia, individuale e collettiva, nella catena infinita degli interpretanti. Ma il premio al cinema italiano, salutato da molti come consolatorio e risarcitorio in un momento di crisi profonda del Paese, se deve e indubbiamente può far piacere in quanto riconoscimento anche trasferibile ed estensibile alla nostra vita culturale e sociale, sarebbe bene che non coprisse sotto il manto dell’equivoco il senso di un’ispirazione che, al di là di una prima e superficiale lettura, ha ben poco di referenziale/realistico. Certo, il cinema di Fellini e di Scorsese, autori italiani, traduce, in due forme espressive molto diverse, lo spettacolo della storia. In questo senso l’ispirazione esibita a Los Angeles da Sorrentino ha un suo fondamento e può comprendere perfino una “creatività del gioco” incarnata dalla figura di Maradona; ma La dolce vita felliniana non era un documentario sulla Roma del 1959 e la Bellezza premiata con l’Oscar non è specificamente la bellezza della Roma attuale. Fellini dichiarò a più riprese di essersi divertito molto nel dare corda alla falsa interpretazione “realistica” che alimentò a suo tempo le polemiche sul film. Ma col tempo, è poi risultato evidente a tutti quanto il neorealismo italiano fosse lontano dall’ispirazione dell’autore, tutta interiore e fantastica (che non vuol dire fantasiosa). Se inoltre passiamo al Guido del successivo Otto e mezzo, il personaggio in cerca di ispirazione per un film da fare non ha di sicuro in mente una Grande Creatività: è l’artista, l’uomo contemporaneo (1963), il quale sente proprio allontanarsi da sé la “realtà” e si rattrista, quasi si dispera, sebbene con sottile autoironia, per la grave perdita. Il Gambardella/Servillo di Sorrentino è già di là dall’Acheronte, non ha intenzioni creative, è in cerca di integrazione, spera che vi sia un contesto in cui integrarsi e su cui trionfare. Ma rimane solo e chiede malinconico: «Voi stasera che fate?». Se la cosa riguardasse soltanto una residuale “dolce vita” romana, potremmo perfino applaudire “contenti”. Ma restiamo fulminati dal film non-finito, bloccati da un’apertura non speranzosa sul vuoto, sul baratro di una Bellezza tradotta in triste sarcasmo attonito e in aprogettualità affatto escatologica. Il film, bellissimo, è piaciuto molto agli americani. Da turisti, arriveranno a Roma per verificare la «verità» della Grande Bellezza? Bisognerà avvertirli che Roma, se non era esattamente quella di Rossellini (1945), non è nemmeno quella di Woody Allen (2012). E se proprio vorranno pensare a Fellini, rivedano Roma, il film del 1972, veicolo di sogni-incubo dal quale è difficile scendere al volo. Una parola, ma decisiva qui, sul protagonista de La grande bellezza, Toni Servillo: bravissimo a vestire i panni di un personaggio che sarà meglio non incontrare più di una volta.
Franco Pecori
3 Marzo 2014
