La complessità del senso
23 09 2019

Il mio capolavoro

Mi obra maestra
Regia Gastón Duprat, 2018
Sceneggiatura Gastón Duprat
Fotografia Rodrigo Pulpeiro
Attori Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raúl Arévalo, Mónica Duprat, Andrea Frigerio.

Macché capolavoro! Si tira avanti come si può, l’arte è una fregatura. Non è un concetto assoluto, ma è quel che proviene dal quotidiano di un artista che attinge al proprio senso dell’ironia per esercitare l’intelligenza verso un mondo, quello degli artisti e degli affaristi che ne gestiscono le opere spesso versandole in malaffare, un mondo che vale la pena di essere smascherato e ridicolizzato. Senza però, attenzione, dare a vedere di tirarsene fuori, trattando invece se stessi col massimo della ferocia, in un atto di autodenuncia che non lascia spazio a facili assoluzioni. L’argentino Gastón Duprat continua il lavoro di riflessione critica, dolorosamente autoironica, per sottolineare la distanza dei valori estetici dal sentire comune. Nel film precedente – Il cittadino illustre, realizzato nel 2016 insieme a Mariano Cohn – si trattava della letteratura e del rapporto col potere, in contrasto con la piccola realtà quotidiana, alienante verso l’umanità dello scrittore; ora si passa alla pittura. Il protagonista, Renzo Nervi (Luis Brandoni), è un vecchio artista, stimato nel proprio ambiente ma legato al territorio e alla gestione egoistica che il suo gallerista, Arturo Silva (Guillermo Francella), fa dei suoi quadri. Tuttavia il discorso non è settoriale, il tratto “leggero” della denuncia lascia aperta la porta per uno sguardo più largo, verso ostacoli interni, implicativi di difficoltà profonde nella comunicazione. Duprat preferisce non lanciare slogan, né contro l’arte né contro i mercanti, né contro il pubblico dei fruitori. Con un paradossale coraggio di autodenuncia, sofferta ed esplicitamente offerta al pubblico, Nervi lascia al proprio gallerista-mercante il triste compito di dichiararsi “assassino”. Silva lo fa, con voce narrante, all’inizio del film, mettendoci sulla via di attenzione all’andamento non superficiale di una vicenda dai risvolti drammatici quanto comici, trattata sul filo di un’ambiguità provocatoria e produttiva di senso altro. Ricco di stimoli critici è il comportamento di Renzo, artista/uomo chiaramente “sopravvissuto” rispetto all’evoluzione delle mode artistiche – non ci si fermi, però, a quella che potrebbe restare la solita banalizzazione critica contro le forme espressive contemporanee -, il quale uomo non insiste mai troppo sul “rifiuto” della sperimentazione, mantenendo lo sdegno all’interno della propria crisi individuale, di essere “stufo” perfino della crisi esistenziale che lo attanaglia e gli impedisce di avere rapporti con gli altri poco più che miseramente opportunistici. Tale disagio prende forma espressiva all’interno del caotico studio del pittore, pieno di disordine e di trascuratezza, specchio di un malinteso “romanticismo” creativo duro a morire; e anche all’esterno, nell’indifferenza beffarda con cui il pittore, ridotto all’indigenza, assolve in un certo modo al compito di un’opera su commissione industriale. Ma tutto il rifiuto, il disprezzo, l’antipatia culturale verso il “falso” che segna il linguaggio artistico nella della società convenzionale e commerciale, tutto è ricondotto e trattenuto nell’espressività umana e artistica dell’artista/attore/personaggio. Si avverte una speciale sintonia del regista con il Nervi/Brandoni. Pensiamo al rifiuto del pittore di accogliere il giovane allievo, Alex (Raúl Arévalo), dimostratosi troppo “ordinato” nel memorizzare il disordine nel piccolo spazio di lavoro del maestro. È un rifiuto che va al di là della “pigrizia” contingente dell’artista e che si proietta nel tentativo di soluzione estrema preannunciato in apertura di film proprio da Arturo, il gallerista. Il pittore e il suo mercante, in fondo sono legati da un filo di umanità tenera e feroce, a proposito della quale non si può né piangere né ridere: si resta sconcertati, apprensivi, divertiti, accondiscendenti, perplessi, nel terrore che Arturo Silva abbia avuto ragione a confessare, mentre il film si apriva, di essere “un assassino”. La nostra non è indecisione, gli è che si rivela obiettivamente difficile, diremmo impossibile, entrare nel film per spostarne di un solo fotogramma l’equilibrio estetico, il sentimento del contenuto. [Venezia 2018, fc]

Franco Pecori

 

[Venezia 2018, fc]

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24 gennaio 2019