La complessità del senso
26 09 2021

Rifkin’s Festival

Rifkin’s Festival
Regia Woody Allen
Sceneggiatura Woody Allen
Fotografia Vittorio Storaro
Attori Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel, Elena Anaya, Sergi López, Christoph Waltz, Steve Guttenberg, Michael Garvey.

Non fa male un altro Allen. L’antica estetica non sorprende, vestita ancora di morale spiritosa come sempre. E di sottile gusto, ovvio. E però il tocco è tutt’altro che “leggero”, emergono pensieri non-snob, ironici e amari, anche dolci. Mort Rifkin (sublime Wallace Shawn), in là con gli anni, ha insegnato cinema e scrive un libro che non finirà mai. Al dunque, pensa, se non sei Dostoevskij né Shakespeare che scrivi a fare? L’aspetto di Mort è dimesso, ma nella sua testa non finiscono di frullare i grandi nomi e le grandi domane: Michelangelo, Joyce, Chaplin, Fellini e il cinema della Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro… Mort accompagna in Spagna la moglie Sue (Gina Gershon), brillante agente pubblicitaria al seguito di Philippe (Louis Garrel), “regista di cazzate” (realistiche/politiche) sulla cresta dell’onda, il quale presenta il suo ultimo film al festival di San Sebastian. Sue ne accetta la corte, Mort prova a far finta di niente, sembrerebbe che abbia problemi ben più importanti. E gli tocca sopportare inviti a conferenze stampa, cene traboccanti d’idiozia, confronti di gusto tra Frank Capra e Jules et Jim. Fellini è dietro l’angolo, Vittorio Storaro – maestro di luci e colori – pratica il bianco&nero per una serie di inserti “interiori” con i quali, in sincronia psicoanalitica (in forma di sogno), Mort/Woody si legge dentro, quasi fosse il Marcello di 8/2 o financo l’Antonius del Settimo sigillo (sul finire, Christoph Waltz è nei panni della Morte, ripensata in forma ironica leggera). Nessuna noia. Mariembad e Il ginocchio di Claire colpirono duro, a suo tempo, tanto che la fidanzata del prof gli preferì il fratello, lasciando a Sue il ruolo di moglie – poco soddisfatta e ora propensa alla fuga definitiva con Philippe. Il bello viene proprio quando Mort ha la sensazione di potersi invaghire della dottoressa Jo Rojas (Elena Anaya). Sfuma così la minaccia ipocondriaca, sostituita da una dolcissima simpatia. Sono scene magistrali, sequenze segnate da tempi e gesti intraducibili nella loro “sottrazione” estetica. Nell’impossibile sentimento delle due storie che si sfiorano attraverso il velo di una malinconia risarcitoria degna di memoria storica (la storia di persone sensibili e non arrese), il racconto si scioglie e saluta con un cenno delicato, chiedendo quasi scusa per non aver potuto dire, per essersi difeso da un realismo ingiusto, impossibile. Il migliore degli ultimi film di Allen.

Franco Pecori

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6 maggio 2021