La complessità del senso
27 11 2020

Storia di un matrimonio

Marriage Story
Regia Noah Baumbach, 2019
Sceneggiatura Noah Baumbach
Fotografia Robbie Ryan
Attori Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta, Roslyn Ruff, Justin Claiborne, Sarah Jones, Jordyn Curet, Sharmila Devar, Amir Talai, Matthew Shear, Azhy Robertson, Annie Hamilton, Brooke Bloom, Merritt Wever, Mickey Sumner, Kyle Bornheimer, Mark O’Brien, Julie Hagerty, Emily Cass McDonnell.

La vita vera e la verità processuale. Tra New York e Los Angeles, Jules (Justin Claiborne, bravissimo), un bambino di 8 anni, vede la crisi tra i genitori, intrappolati nelle regole della legge gestita con diverse dosi di umanità dai professionisti del divorzio. Viene in mente il Pricò (Luciano De Ambrosis) di Vittorio De Sica e di Cesare Zavattini (I bambini ci guardano). Ma era 76 anni fa, in Italia e non era per il divorzio. La mamma del bambino (Isa Pola) era “una donna disonesta” e il papà (Adriano Rimoldi) non poté reggere al contrasto. Resta nella memoria la grande sensibilità e la maestria di De Sica, nell’intaccare la scorza del melodramma con l’occhio di una cinepresa avida di espressioni autentiche. Il cinema di Noah Baumbach è cinema d’oggi. Già dagli inizi, il tema (autobiografico) della separazione dei genitori (Il calamaro e la balena 2005) passa per il Sundance Film Festival e mostra un’aria di “nuovo cinema”, cosciente dell’eredità della rivoluzione targata Cinema Italiano postbellico e Nouvelle Vague francese e più che aperto alla pratica dello sguardo indipendente sulle complesse articolazioni della vita attuale. Non escluderemmo un pensiero anche verso un certo Cassavetes anni ’70. Se in Mistress America (2015) una giovane cercava le vie per entrare nelle nuove circostanze del vivere metropolitano, in quest’ultimo film siamo nel pieno delle professioni “avanzate”, con le nevrosi che l’impegno nei campi di teatro e televisione può comportare. Nicole (Scarlett Johansson) e Charlie (Adam Driver) sono la coppia in crisi. Lui è regista di teatro a New York, lei è attrice le cui performances sono molto legate alla direzione del marito. Senonché le viene offerta l’opportunità di partecipare a una serie televisiva a Los Angeles. La distanza diviene anche distanza tra due mondi, non solo delle due città bensì delle due personalità che, per la scelta pseudo-logistica, entrano in opposizione. Come in tanti casi di richiesta di divorzio, il problema principale diviene la gestione del figlio. A dirla così, il tema può sembrare banale e quasi nemmeno degno di un film per un cinema d’impegno. Ma è appunto qui che interviene la mano di Baumbach, a comporre un racconto specialissimo, condotto sul filo di un fattore duplice, difficile da comporre in un quadro organico, produttivo di senso artistico. Da una parte il cineocchio osserva e registra con agile “naturalezza” il confronto tra i due protagonisti nell’ambito di una quotidianità che tende a farsi, ad ogni istante, ad ogni inquadratura, portatrice di impulsi simbolici – ed è proprio la grande bravura degli attori a sottolineare il passaggio tecnico da immedesimazione a interpretazione (basti pensare alla grande scena della lite in casa); dall’altra, la regia non rinuncia a mantenere in evidenza il reticolo socio-culturale delle leggi che tendono a inquadrare nel “Tribunale” il contrasto della coppia. Non è di secondo impatto il confronto tra i due tipi di difesa, impersonati da Nora (Laura Dern), avvocato di Nicole, e da Bert (Alan Alda), legale di Charlie. Si tratta di una vera e propria sfida di metodo, che si risolve in una non-soluzione umanissima, sfumata in un finale trattenuto e pieno di sentimento. Charlie canterà una canzone (Being Alive, di Stephen Sondheim, dal musical Company) e Nicole, guardando Charlie allontanarsi col piccolo Jules in braccio, lo richiamerà per fargli il nodo a una scarpa rimastagli slacciata. [Venezia 2019, Concorso]

Franco Pecori

 

 

 

 

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6 dicembre 2019