La complessità del senso
16 10 2018

Tomb Raider

Tomb Raider
Regia Roar Uthaug, 2018
Sceneggiatura Alastair Siddons, Geneva Robertson-Dworet
Fotografia George Richmond
Attori Alicia Vikander, DominicWest, Walton Goggins, Daniel Wu, Kristin Scott Thomas, Hannah John-Kamen, Emily Carey, Maisy De Freitas, Josef Altin, Duncan Airlie James.

Di sicuro c’è che Lara Croft impara da bambina a tirare con l’arco, arma che le farà molto comodo nello svolgimento della sua avventura, e finisce con l’acquistare due pistoloni automatici pronti all’uso, simbolo di un possibile mutamento di prospettiva verso sviluppi futuri. Il resto è risolto con l’arbitrio immediato (infantile) tipico del gioco. Che si tratti di videogioco non ha poi grande rilevanza, almeno per quanti non abbiano perso la testa nello smanettamento solipsistico degli anni d’oro del cumulo “Square Enix, Crystal Dynamics, Eidos Montreal”. A 20 anni dal trionfo della saga, l’immaginario non ha bisogno di ristrutturarsi ancora in funzione del grande schermo, trattandosi, con l’intervento di Roar Uthaug (regista norvegese, frequentatore di storie avventurose per ragazzi e conosciuto da noi per un thriller catastrofico, Bølgen, presentato a Torino nel 2015), di una proposta diversa (non solo differente), la quale necessariamente si fonda su dinamiche iconologiche legate a un altro flusso, non interattivo, non frequentativo. Converrà, se mai, prendere atto del passaggio, nel ruolo principale, da Angelina Jolie (Lara Croft: Tomb Raider 2001, Tomb Raider: La culla della vita 2003) alla svedese Alicia Vikander (la donna robotica di Ex_Machina e premio Oscar 2016 per il ruolo di non protagonista in The Danish Girl). Si tratta di una presenza più tecnica, di una bellezza più funzionale, asciutta e dinamica, che si lega in modo consustanziale allo spirito del film e alla tendenza figurativa nel risolvere situazioni narrative. La ricchezza degli effetti speciali, ormai “illimitata”, rende il gioco facile non solo alla regia ma soprattutto agli sceneggiatori: l’attenzione dello spettatore viene attratta preferibilmente sul versante non-consequenziale. Ciò non significa che il film non abbia (o non debba avere) un suo “realismo” interno, ma si tratterà di una coerenza che lo spettatore accetterà – bontà sua – dall’evidenza delle immagini, dal loro portato suggestivo. In questo senso, appare non necessaria l’introduzione un po’ lunga (quasi un film a sé), dove si dimostra il carattere di apparente “normalità” della figura di Lara, ragazza di volontà e di prestanza fisica, ma non avvantaggiata per stato sociale. Fa niente se poi verremo a scoprire, insieme a lei stessa, che la realtà è ben altra. Sicché ci avviamo a seguire quella che sembra una banale storia di “ricerca del padre”, l'”eccentrico avventuriero” (troppa grazia è pensare a Indiana Jones) che ha lasciato l’amata figlia per andare nell’ignoto Giappone, a scovare il misterioso sito dove si nasconde la tomba di Himiko, “madre della notte”. In sostanza, Lord Richard Croft (DominicWest), dopo la morte della moglie, nel tentativo di restare a contatto con lei, ha intrapreso una profonda ricerca, intento che lo ha portato a trascurare gli affari della sua Croft Holdings. Ha quindi lasciato un videomessaggio a Lara, seguendo il quale la ragazza si mette sulle tracce del genitore. Raggiunta non facilmente la mèta, arriva il difficile, giacché l’isola di Yamatai è occupata dai mercenari dell’Ordine della Trinità, capitanati da Mathias Vogel (Walton Goggins). Il soprannaturale fa gola. La cinepresa non sta ferma un minuto, il gioco del cinema prevale sull’indagine. Accontentarsi e godersela. Apprezzabile la performance della Vikander.

Franco Pecori

 

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15 marzo 2018