La complessità del senso
17 12 2017

GGG Grande Gigante Gentile

film_ilgrandegigantegentileThe Big Friendly Giant
Regia Steven Spielberg, 2016
Sceneggiatura Melissa Mathison
Fotografia Janusz Kaminski
Attori Mark Rylance, Ruby Barnhill, Rebecca Hall, Bill Hader, Ólafur Darri Ólafsson, Jemaine Clement, Penelope Wilton, Rafe Spall, Adam Godley, Michael Adamthwaite, Marilyn Norry.

La sfida del cinesogno mette un po’ paura. Nel Paese dei Giganti, i giganti si nutrono di esseri umani, figuriamoci i bambini e figuriamoci una bambina orfanella nel suo letto in orfanotrofio. Sophie (Ruby Barnhill) ha 10 anni, crede di sognare un gigante (Mark Rylance) che vuole portarla via. Lo guarda dalla finestra e già trasgredisce una regola importante dell’istituto. Ma quando capisce che forse non sta sognando e che la porterà via, non si ribella e non ha paura. Il gigante non è un giovane, non è il Principe Azzurro, è un grande vecchietto dall’aria curiosa, perfino simpatico a prima vista. Alto 7 metri  sembra gentile. Sarà il gigante di Lucio Dalla e avremo un finale come nella canzone – Il gigante e la bambina: “il gigante adesso è in piedi con la sua spada d’amore  e piangendo taglia il fiore prima che sia calpestato” – ? La bambina è ben sveglia, non solo perché non si è addormentata presto come le altre del dormitorio, già da un po’ sprofondate nei loro sogni, ma perché mostra di volersi lasciar guidare dalla curiosità intelligente, nella prospettiva di un’avventura grandiosa in un mondo nuovo. In un certo senso è lei stessa a tranquillizzarci. Il mondo dei giganti è un mondo molto lontano, dove il Grande Gigante Gentile arriva con Sophie dopo un viaggio di salti nel cielo, lunghi balzi leggeri, superando con facilità ostacoli impossibili. Chissà se veramente si tratta di un sogno e chissà se sarà un buon sogno: “To sleep, perchance to dream. Ay, there’s the rub…”. Grande, come il Gigante, è la leggerezza di Steven Spielberg, infaticabile inventore, ora settantenne, di fantasie che ci ridonano una libertà perduta – Questa volta l’ispirazione viene dal libro per bambini (Il GGG, di Roald Dahl, Salani ed.). Il regista ha la capacità creativa di rendere naturale il sogno, di mostrarlo nascondendone la magia tecnica ed esaltandone la sensazione estetica. Una certa consonanza con alcune componenti culturali di oggi non tragga in inganno. GGG è vegetariano, contento del “cetrionsolo” con cui si nutre, al contrario degli altri giganti, mangiatori di esseri umani, ma ciò che conta davvero è la sua gerarchia fantastica, rovesciata rispetto alla vita degli uomini normali. GGG è cacciatore di sogni e li colleziona in barattoli pronti a dischiudersi quando la fantasia lo richieda. È qui il punto in cui il cinema di Spielberg chiama al viaggio della mente, fuori dai canoni di genere, in un crocevia dove si può incontrare E.T. e non avvertire sostanziali differenze di peso con altre Liste (Schindler’s). È qui che la tecnologia (un uso innovativo di “live action” e “performance-capture” con riprese Simulcam su set reali) si concede al sogno e allevia l’immaginazione dal carico della Storia, senza cancellarne il senso. Ed è anche qui la ragione del carattere dispersivo del film nella fase in cui siamo invitati a credere nella necessità dell’intervento della Regina (Penelope Wilton) per sbarazzarsi dei giganti cattivi. Lo sgravio delle fantasie morbose non ha bisogno di forze armate come gli elicotteri da combattimento che nel finale volano contro il nemico. Il volo leggero e spensierato di GGG era stato già più che sufficiente. Teniamoci comunque lo spirito ironico, sanamente digestivo, con cui il regista ci rappresenta – sequenza capolavoro – il pranzo del Grande Gigante Gentile a tavola, alla presenza della Regina, strabiliata e divertita come non mai. Brava Sophie a usare l’intelligenza insieme alla curiosità. Diverrà presto una donna libera e affascinante.

Franco Pecori

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30 dicembre 2016