La complessità del senso
28 06 2017

La moglie del poliziotto

film_lamogliedelpoliziottoDie Frau des Polizisten
Regia Philip Gröning, 2013
Sceneggiatura Philip Gröning, Carola Diekmann
Fotografia Philip Gröning
Attori Alexandra Finder, David Zimmerschied, Pia Kleemann, Chiara Kleemann, Horst Rehberg, Katharina Susewind, Lars Rudolph.
Premi Venezia 2013, concorso Premio Speciale della Giuria.

Violenza sulla donna in famiglia. Esce in coincidenza con la Giornata internazionale, designata dall’Onu, per l’eliminazione della violenza contro le donne, il lungo film (175 minuti) del regista tedesco Philip Gröning, apprezzato già nel 2005 a Venezia (Orizzonti) per il bellissimo documentario Il grande silenzio (164 minuti) sulla vita dei monaci della Grande Chartreuse. L’occasione tematica, pur nella sua importanza referenziale, non incida sulla pertinenza artistica del giudizio per La moglie del poliziotto, film capolavoro la cui autonomia estetica s’impone nel panorama dei valori attuali. Una sceneggiatura molto semplice lascia spazio progressivo e strutturato al tragico evolversi di una quotidianità alienante e abissale nella sua dimensione costrittiva, normalissima all’apparenza. Siamo in Germania oggi. Una giovane coppia e la loro bambina nella casetta di periferia. Uwe  (David Zimmerschied) è un’agente di polizia, scrupoloso nelle sue piccole mansioni. Christine (Alexandra Finder) si prende cura della crescita della piccola Clara (Pia & Chiara Kleemann) e ama il marito anche in certi suoi momenti di nervosismo, momenti che a volte sconfinano in improvvisi attacchi aggressivi. Sappiamo già dalla precedente “indagine” monasteriale quale sia la passione di Gröning per l’osservazione della vita “nel film” e “del film”. Ben al di là di una scelta “documentaria” sono i tempi interni e i tagli stessi dell’ “azione” a scandire il senso nel suo formarsi e progredire verso un traguardo inevitabilmente drammatico, il traguardo della stessa esistenza, sia pure dato, nel silenzio della Chartreuse, dalla gioiosa “insensatezza” monacale. Anche qui, nella casa di Uwe e Christine, regna un silenzio sottostante, una stasi forzosa che i piccoli rituali giornalieri, come le canzoncine per Clara, non riescono sciogliere. Magistrale il lavoro del regista sulla bambina, sul suo volto e sul suo corpo si dipinge il quadro di una crisi crescente, fino all’implacabile esito che risolve la tensione “familiare” in un requiem non detto né tantomeno cantato eppure desolato e definitivo. Come a dire: di famiglie così non ne vogliamo più, troppo profonda è la sofferenza. La forma scelta da Gröning per tradurre l’energia repressa all’interno di quel nucleo apparentemente pacifico contraddice con programmatica lucidità il carattere “diaristico” della diegesi. Lo contrasta spezzando (non frammentando, sia chiaro) lo sviluppo “naturale” dell’azione in una serie di cesure chiamate “capitoli”, 59 in tutto, di lunghezza molto variabile, commisurata secondo un andamento metaforico riflessivo e utile al superamento del tempo reale, verso una visione selettiva, significativa del quadro. Lo spettatore deve sapere che gli avvenimenti non vanno a costituire un flusso naturale, bensì un mosaico formativo, da cui trarre indicazioni riflessive. Se il corpo di Christine è pieno dei segni della violenza che su di lei esercita rapsodicamente Uwe, l’istanza pacificatrice, che venga dalla bambina o dalla moglie o dal marito stesso, non sarà sufficiente a una vita davvero nuova, i tagli dei capitoli ne impediscono la “formulazione” e dicono: la pace è una cosa seria, non un flusso sentimentale. E non di meno la violenza non è un incidente.

Franco Pecori

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25 novembre 2013