La complessità del senso
15 11 2019

Un valzer tra gli scaffali

In den Gängen
Regia Thomas Stuber, 2018
Sceneggiatura Thomas Stuber, Clemens Meyer
Fotografia Peter Matjasko
Attori Franz Rogowski, Sandra Hüller, Peter Kurth, Henning Peker, Sascha Nathan, Ramona Kunze-Libnow, Andreas Leupold, Michael Specht, Tobert Carlo Ceder, Gerdy Zint.
Premi Berlino 2018: Premio Giuria Ecumenica.

Poesia triste. La più facile e la più difficile, anche nel cinema. Dopo pochi minuti viene voglia di andar via, ma poi si entra nel mondo grigio, regolare, monotono, chiuso della giornata lavorativa di Christian (Franz Rogowski, Happy End di Michael Haneke 2017), Marion (Sandra Hüller, Orso d’Argento a Berlino 2006 per Requiem di Hans-Christian Schmid e bravissima anche nel 2016 in Vi presento Toni Erdmann di Maren Ade) e Bruno (Peter Kurth, Babylon Berlin 2017). Gli scaffali sono quelli di un grande magazzino, alla periferia di una piccola città della Germania Est. Christian è un giovane timido, quasi muto. Si presenta al caporeparto, Bruno, per prendere servizio al turno di notte. È stato appena assunto, deve imparare tutto e deve cominciare una nuova vita (sapremo che ha dovuto farsi due anni di prigione per un errore da ragazzi). Bruno è un uomo mite, chiuso anch’egli, paterno. Tra gli enormi scaffali scivolano i “muletti”, i sollevatori di carico, non facili da guidare. Le prime lezioni sono “elementari” e si vede già che tra Christian e Bruno l’intesa sarà molto umana, fatta di silenzi e brevi momenti rispettosi. Il giovane è addetto al reparto bevande, non parla, osserva, impara, prende confidenza con gli spazi, i percorsi, i tempi del lavoro. Alla macchinetta del caffè incontra Marion, addetta ai dolciumi. Sorridente e misteriosa, la donna ha espressioni e atteggiamenti come di simpatica sfida. Si capisce che un’elettricità corre tra i due. Lentamente, intessuta da brani di classica (dopo lo Strauss d’apertura, il Bach della Suite n.3, fino ai canti di lavoro afroamericani), la storia sopporta il sentimento doloroso di un uomo e di una donna entrambi alla ricerca di vita nuova, l’uno e l’altra costretti nei limiti di uno spazio-tempo che somiglia a una plumbea prigionia eppure nasconde preziosi momenti di autenticità sorgiva. Marion soffre della condizione non felice di un matrimonio fallimentare, Christian percepisce l’attrazione con aria quasi infantile, da “primo amore”. Intorno a loro, scorrono i turni, il mattino, la notte, un mondo che là fuori si lascia immaginare come non molto diverso dalle cadenze prescritte del supermercato. Notevole la maestria di Thomas Stuber, sceneggiatore premiato in Germania, nel gestire la regia sul filo di un’ambiguità poetica che si nutre sottilmente di suspence sentimentale, lasciando ai fattori extrafilmici la possibilità di influenzare con discrezione lo sviluppo diegetico. Si percepisce una passione che si rivela con “purezza”, lasciando lo spettatore nell’attesa di partecipare a un amore degno delle buone intenzioni. Si partecipa a momenti “nativi” che richiamano a ragioni pregresse non conosciute, intuibili dal comportamento sfumato dei personaggi (i sorrisi di Marion, i fiori che Christian le vuole offrire, la festa del Natale al lavoro). Sono ragioni profonde, non dette, dolorose, sono momenti di sofferenza non citata ma profonda che Stuber evita di rendere “documentali”, preferendo suggerirne il portato con una sorta di pudore difensivo trasmesso attraverso minimalia omogenei al background. Basti pensare alla confessione di Bruno verso Christian, a quel ricordare con una certa nostalgia il lavoro precedente, prima della riunificazione. Una volta, in una visita notturna a casa di Bruno, Christian aveva notato un peluche appeso in un angolo. Anche a lui toccherà di pescarne uno, una sera, da un distributore a monete. Non ci si aspetti un lieto fine. Il canto di lavoro finale raccoglierà il dolore di un’orizzonte senza sole nascente, il valzer notturno iniziale citava una festa poco allegra. Eppure, «Vedrai che Marion tornerà», dice Bruno a Christian prima di andarsene. [Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI]

Franco Pecori

 

 

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14 febbraio 2019