La complessità del senso
03 04 2020

Judy

Judy
Regia Rupert Goold, 2019
Sceneggiatura Tom Edge
Fotografia Ole Bratt Birkeland
Attori Renée Zellweger, Jessie Buckley, Finn Wittrock, Rufus Sewell, Michael Gambon, Richard Cordery, Royce Pierreson, Darci Shaw.

Nata nel Minnesota, il 10 giugno 1922, Frances Ethel Gumm era già sulla scena a due anni. I genitori erano attori di teatro leggero. Presto sarebbe stata ingaggiata dalla Metro. Divenne Judy Garland, nel ’39 trionfò nel Mago di Oz di Victor Flaming, nel ’54 George Cukor la diresse in È nata una stella, nel ’61 fu in Vincitori e vinti per Stanley Kramer. Nessuno dimenticherà più la canzone di Harold Arlen, Somewhere Over the Rainbow: “Dreams really do come true”. Da bambina a donna, attrice e grande cantante, Judy non dimenticò mai di essere madre e continuò a sognare di stare accanto ai suoi piccoli, combattuta dall’ansia del palco, della musica, del contatto col pubblico e del problema economico sempre pressante. Il film di Rupert Goold si affida all’arte di Renée Zellweger, grande interprete che nel 2002 con Chicago di Row Marshall segnò un ritorno, impegnato, del genere musical. Qui l’attrice mostra profondità di sentimento grazie anche alla struttura a flash con momenti della Garland bambina, specialmente con le difficoltà ad armonizzare il compito professionale con le pulsioni infantili e poi giovanili. Il problema di colmare la distanza tra spettacolo e vita si ripresenterà durante gli anni, fino a logorare pesantemente la persona e a condurre alla drammatica resa la donna che anche negli ultimi mesi di vita cercò di conciliare la passione per la canzone e per lo spettacolo con l’affetto materno. Quattro matrimoni – il secondo col regista Vincente Minnelli, da cui la figlia Liza, che vediamo in una rapida apparizione, impersonata da Gemma-Leah Devereux – non bastarono a farle trovare pace. Vediamo Judy nell’ultimo periodo, che culmina attorno al ’68, in preda alle insonnie e alle ansie, continuamente costretta a bere e a impasticcarsi. L’attrice si mostra all’altezza del ruolo difficile e rischioso, per la quota musicale molto alta e per la sostanza “umana”, da mostrare fuori da possibili didascalismi. Al di là della vicenda “romantica”, vale soprattutto il momento dell’interpretazione jazzistica, più che utile essenziale per quanti oggi non abbiano la minima sensazione di cosa sia più una canzone, immersi come si è nel coattume della semplificazione e del riporto. Il film ci offre per fortuna non pochi momenti di goduria musicale, con pezzi eseguiti da Judy dal vivo, durante la trasferta a Londra, nel pieno della crisi coniugale ed esistenziale. Sul palco del night “The Talk of the Town”, Renée Zellweger canta con la propria voce, evita di imitare l’originale e offre interpretazioni “equivalenti” per spirito d’arte. Basti la prova davvero emozionante fornita con l’esecuzione di By Myself, pezzo classico di Arthur Schwartz e Howard Dietz, che ha avuto versioni memorabili anche da nomi come Fred Astaire ed Helen Merrill. Il finale non lo racconteremo, diciamo almeno che l’”abbraccio” del pubblico all’artista che dà sulla scena tutta se stessa, allo stremo, incarna il valore della donna e della musica nel pieno aspetto appassionante di un lavoro che resta. Rupert Goold utilizza, e si vede, la sua esperienza di direttore artistico del teatro Almeida, avendo anche diretto la Royal Shakespeare Company dal 2009 al 2012. L’impianto scenico del film è solido e vive di vita propria. [Festa del Film di Roma 2019, Selezione Ufficiale]

Franco  Pecori

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30 gennaio 2020