La complessità del senso
21 09 2018

Thelma

Thelma
Regia Joachim Trier, 2017
Sceneggiatura Joachim Trier, Eskil Vogt
Fotografia Jakob Ihre
Attori Eili Harboe, Kaya Wilkins, Henrik Rafaelsen, Ellen Dorrit Petersen, Grethe Eltervåg, Marte Magnusdotter Solem, Vanessa Borgli, Ingrid Giæver, Isabel Christine Andreasen, Oskar Pask, Anders Mossling, Steinar Kloumann Hallert, Ingrid Jørgensen Dragland, Martha Kjørven, Camilla Belsvik, Vibeke Lundquist.

Dalla provincia norvegese all’università di Oslo, dalla famiglia rigorosamente religiosa all’ambiente studentesco e scientifico. Thelma (Eili Harboe, un’attrice da notare), è appena arrivata per seguire i corsi di biologia. Entra in aula, la lezione è cominciata, insieme alla ragazza possiamo ascoltare alcune parole della docente: “Potrebbe essere sia una particella che un’onda, dipende da che tipo di strumento stiamo usando”. Ha inizio l’avventura problematica che prenderà la piega di un thriller psicologico dai risvolti culturali non semplici. E sul piano espressivo, capiamo subito che il danese Joachim Trier (Thelma è stato scelto per rappresentare la Norvegia nella lista Foreign-Language degli Oscar 2018) propone un cinema tutt’altro che piatto, meno che mai superficiale come invece potrebbe sembrare dalle immagini, ordinate secondo una sintassi apparentemente lineare perché senza effetti, senza magheggi di montaggio né scorciatoie ottiche. La stessa sequenza introduttiva, che potremo usare poi anche come chiave interpretativa del narrato, è esemplare. Ad apertura del film abbiamo visto un padre cacciatore (Henrik Rafaelsen), con fucile di precisione, e la sua piccola figlia (Grethe Eltervåg, Thelma a 6 anni, sapremo poi) procedere a piedi attraverso una distesa ghiacciata fino a un bosco innevato e incontrare un animale, possibile preda. L’uomo punta l’arma ed esita fino a fare un movimento che può sembrare equivoco verso la piccola che gli sta poco distante. Nero. E siamo all’università. L’educazione rigida di Thelma ha un impatto brusco con le prime frequentazioni, la giovane non è abituata alla disinvoltura con gli altri accennano con miscredenza ai valori religiosi. I genitori la controllano da casa con puntualità attraverso il cellulare, il suo comportamento è molto discreto finché l’incontro con Anja (Kaya Wilkins), studentessa di un altro corso, cambia la sua vita. L’amicizia si trasforma presto in un’attrazione profonda, le cui scosse “elettriche” producono in Thelma l’emersione di sintomi psicofisici che fanno pensare a crisi epilettiche. Indagata medicalmente a fondo, la ragazza rivela essere preda di crisi psicogene non epilettiche, la sua persona reagisce “a qualcosa di represso”, dicono i medici. Anche il padre di Thelma è medico e man mano il regista ci riporta indietro nel tempo, quando la figliola cominciò, proprio a 6 anni, ad avere convulsioni e ad essere sedata con farmaci neurolettici. Una sorellina neonata, dal pianto insistente, scomparve misteriosamente. Il merito di Trier – autore conscio di un cinema classico di cui non si riparla mai abbastanza, Antonioni, Bergman e De Palma compresi – è di “osservare” le cose, esterne e interne, con occhio freddo ma non distante, misurato e non distaccato, lasciando all’obbiettivo il suo lavoro non-indicativo e al nostro sguardo la calma di controllare un’ansia interpretativa che pure si propone allo spettatore con discrezione estetica. Ci sono rappresentazioni dell’interiorità, innescate con una “naturalezza” che le rende non invasive, tanto che scienza e fantasia, morale e sociologia, sesso e innamoramento, vivono nel film come componenti dialogiche comprensibili anche a livello di sensazione. Si può pensare al genere paranormale, alcune sequenze lo autorizzano (non riveliamo), ma sarebbe scorretto prenderle in sé e riferirle a parametri espressivi già altrove consolidati. Nel contesto del film, tutto è regolato da una coerenza economica del linguaggio, lontana da ipotesi tangenziali. Restando al film, prevale il senso di una stretta tensione tra piano scientifico e traduzione in termini espressivi del contrasto, profondamente culturale, interno alla storia stessa dei personaggi. Se mistero dev’essere – sembra dire il regista – che resti nei 116 minuti della proiezione.

Franco Pecori

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21 giugno 2018