La complessità del senso
19 10 2017

Il segreto

vert il Segreto DATAThe Secret Scripture
Regia Jim Sheridan, 2016
Sceneggiatura Johnny Ferguson, Jim Sheridan
Fotografia Mikhail Krichman
Attori Rooney Mara, Vanessa Redgrave, Eric Bana, Theo James, Aidan Turner, Jack Reynor, Antony Acheampong, Omar Sharif Jr., TomVaughan-Lawlor, Lesa Thurman, Nika McGuigan, John Connors.

Ci saremo persi qualcosa? Con l’uscita dell’Ulisse di James Joyce, nel 1922 – ma qui da noi nel 1997 (oh i Meridiani Mondadori!) -, avemmo l’impressione che in letteratura il romanzo ottocentesco avesse fatto il suo tempo. Nel cinema, fu la nuova ondata francese degli anni ’60 a far suonare la sveglia. E però sembra che qualcuno sia rimasto appisolato. In termini di qualità, parlano chiaro – restando al nostro panorama – anche certe sequenze del Premio Strega: Pavese, Moravia, Bassani, Morante… Nesi, Piperno, Siti… Si dirà che per un filmacchione di Jim Sheridan – attore e regista dublinese (!), classe 1949: Il mio piede sinistro 1989, Il campo 1990, In America – Il sogno che non c’era 2002 – ci stiamo allargando un po’ troppo. Ma l’imponenza della produzione, il nome delle due protagoniste, Rooney Mara e Vanessa Redgrave, e soprattutto la scelta del romanzo di Sebastian Barry da portare – come si dice – sullo schermo richiedono un adeguato apprezzamento. Abbiamo più volte insistito sull’incongruenza dei confronti romanzo-film, a causa della diversità di linguaggio. Qui c’interessa il “passo indietro” cinematografico rispetto alla letteratura contemporanea. Sullo schermo, la trama di The Secret Scripture risulta un melodrammone romantico, entro cui il tema delle antiche tensioni politico-religiose della guerra civile (ora siamo nel 1942) in Irlanda si attenua e trasferisce la propria drammaticità, “incartato” nella confezione diaristica e sentimentale della vecchia protagonista, Roseanne McNulty. Da attrice superesperta, la Redgrave esalta la dimensione interiore di un segreto che rischia di perdersi nelle immagini accattivanti della sua memoria. E’ fatale che, nel cinema, il procedimento del flash possa cedere al rischio dell’ampiezza invasiva, proiettando sul binario principale, intimo e personale, il carattere pretestuoso dei riferimenti. Evitiamo di raccontare, diciamo che in sostanza si arriverà, nientemeno, a una sorta di soddisfazione finale, del tipo: “figlio, figlio mio!”. La parte “invasiva” – è il lato positivo del film – è affidata alla bravura di Rooney Mara, nei panni di Roseanne giovane, alle prese con l’imbarazzante contrasto tra il ribelle pilota della RAF, Jack McNulty (Aidan Turner), e le irrefrenabili avances del prete cattolico, Padre Gaunt (Theo James). L’ambiente è di un piccolo centro dove Rose, protestante e dal carattere forte, si trova in minoranza e viene continuamente assediata dai pregiudizi (è ninfomane?). Sequenze di dubbia e quindi inefficace drammaticità descrivono, più scenografiche che altro, la nascita di un figlio, in seguito alla quale, mentre la creatura scompare dalla scena, la ragazza viene internata in manicomio. Rose diventerà centenaria sempre in stato di costrizione. Quando il dottor Hart (Adrian Dunbar) sta per decidere il trasferimento della “vecchia pazza” ad altra struttura, il dottor Gene, psichiatra (Eric Bana), sente di dover approfondire l’indagine sullo stato mentale della paziente. E viene fuori un diario segreto. Si apre il viaggio all’indietro, fino alla sorpresa/non-sorpresa finale. [Festa del Cinema di Roma 2016, Selezione ufficiale]

Franco Pecori

 

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6 aprile 2017